Ma soprattutto cosa c’è dentro il bicchiere?
Come si potrebbe evincere interpretando letteralmente il titolo, che racchiude l’accezione di notizia, ovvero di solito significativamente riferita ad informazioni connotate come un qualcosa di nuovo ed attuale, stavolta sono stato inaspettatamente magnetizzato proprio dall’attualità ed ho repentinamente risposto agli stimoli ambientali, anche se in tutta onestà non mi è chiarissimo il livello di coscienza con cui il mio presunto libero arbitrio abbia controbilanciato agli stessi decidendo di iniziare a scrivere queste considerazioni.
Al di là di questa leggera ironia introduttiva, avrò modo in futuro di cercare di abbozzare qualche sintetizzazione relativa alle implicazioni degli sviluppi nell’ambito delle neuroscienze, argomento che ha il potere di rivestire un ruolo primario nella mia personale evoluzione cognitiva tra le coinvolgenti ed astruse concertazioni che i miei pensieri tendono ad elaborare per smarrirmi nell’infinito oceano conoscitivo che contraddistingue il nostro tempo.
In questa esposizione non è mia intenzione cadere nel diffuso e ridicolo egocentrismo mediatico contemporaneo con un’autocelebrazione attraverso l’autoreferenzialità del mio discorso, ma come per i miei precedenti contributi editoriali il mio principale obiettivo è cercare di sensibilizzare il lettore al pensiero critico proponendo degli spunti di riflessione, possibilmente in chiave positiva ed ottimistica, dato che a dare risalto principalmente “solo” al sensazionalismo delle cattive notizie ci pensano già i nostri amatissimi telegiornali ed in parte anche i rispettivi “schieramenti ideologico-politici” dei numerosi mass media generalisti.
Suddetto obiettivo non a caso coincide anche con il messaggio di fondo dei miei precedenti scritti, cercando cosí di trasmettere un enfasi rafforzativa attraverso la convergenza ideologica degli interessi generali con quelli specifici. Mi pare palesemente scontato, ma colgo comunque l’occasione per confermarlo esplicitamente, che i contenuti che propongo testimoniano proprio il fatto che senta il dovere e la necessità di divulgarli e propagarli, seppur con le mie infinitamente piccole potenzialità.
Andando ai fatti, dieci giorni fa sono stato profondamente onorato di sentir ripetere perfino da due tra le personalità più influenti in Italia l’altra parte del messaggio di fondo che sto tentando di veicolare. Ovviamente non stiamo dicendo niente di nuovo e non stiamo tanto meno scoprendo l’acqua calda, si tratta di concetti che “idealmente” sono sempre stati utilizzati, ma in un epoca in cui scorrono milioni di parole ogni minuto e in cui la notiziabilità permane un concetto arbitrariamente opinabile secondo molteplici sovrapposizioni di interessi, a mio avviso diventano di fondamentale importanza ai fini dell’efficacia della comunicazione, la visibilità (intesa come copertura mediatica e audience) e l’autorevolezza, nello specifico esplicitate dalla fonte, dalle circostanze e dal rilievo gerarchico con cui tali parole vengono contestualmente proferite.
Vi sono ovviamente anche altre caratteristiche fondamentali in ottica di pragmatica comunicativa, quali l’eccezionalità, l’originalità ed il coinvolgimento, che confluiscono nuovamente nel recente concetto di viralità, strettissimo antecedente logico della visibilità, ma che principalmente non rientrano come primarie nel senso che intendo in queste righe. O precisando meglio, secondo il mio punto di vista questo messaggio evidentemente rientra in queste ultime caratteristiche, dato che lo ritengo assolutamente ed inderogabilmente primario, ma il mio discorso deve comunque riferirsi ed adeguarsi ai canoni ed ai punti di riferimento condivisamente ritenuti come priorità argomentative dal sistema mediatico generalista, ai quali in seguito non risparmierò le mie critiche.
Ritornando al contenuto del messaggio in questione, ritengo inoltre, qualora si tratti di nozioni legittimamente riconosciute come ragionevoli, sensate ed empiricamente comprovate, che evidentemente non siano state ripetute e recepite abbastanza se dalle parole non si è ancora passati ai fatti concretamente adeguati.
Sembrerebbe inoltre che tra le fila dei numerosissimi sostenitori di questa “ideologia”, troppo spesso quest’ultima venga considerata “strategicamente” come stella polare più a livello individuale o aziendale che collettivo, per le ragioni che potrete facilmente intuire, o magari ritenendola come qualcosa di scontato e senza insistere particolarmente nel promuoverla pubblicamente.
Il livello di interesse per la cosiddetta res pubblica è uno dei fattori più cruciali e problematici delle società moderne e passate, protagonista di numerosi illustri aforismi, anche associato all’indifferenza, proprio per la sua sconvolgente quanto realistica “crudezza”, il coinvolgimento civico nella politica è positivamente correlato ad altre virtuose dinamiche, ma non voglio divagare troppo, pertanto approfondirò questo aspetto in un’altra occasione.
Premetto che questa mia interpretazione sarà probabilmente lacunosa poiché viziata dalla mia scarsa ed esterna conoscenza della complessità dell’immensa e burocraticamente densissima macchina amministrativa pubblica italiana e di conseguenza anche dalla insufficiente consapevolezza delle difficoltà che comporta l’applicazione reale di queste politiche.
Come appare evidente nelle democrazie “autentiche” tra cittadinanza e governi vi è una permanente interattività ed una radicale influenza reciproca che deriva, in un senso da profonde dinamiche di riflessività culturali e “comportamentali” e dall’altro dall’inclinazione di questo rapporto e dalla indipendente maturità ideologica ed operativa del potere. Occorre però puntualizzare che è abbondantemente oggettiva, e direi quasi “doverosa”, la potenzialità dei governi di educare, istruire, orientare e guidare “culturalmente” il popolo.
Nonostante la natura labirintica delle interdipendenti dinamiche appena citate, accentuata anche dalle influenze esterne, ricercatori, analisti e politologi cercano di valutare e comparare i risultati ottenuti dalle politiche governative di nazioni differenti ed in questo caso specifico sono molteplici le teorie economiche avvalorate da sempre più numerosi studi scientifici che confermano e certificano la validità di questi paradigmi.
Proprio parlando di fatti, anche l’atto illocutorio (l’enunciazione) è considerato come un fatto, ed a seconda dell’onestà degli intenti di chi proferisce le parole, quest’ultimi intesi in gergo come atto perlocutorio, ed alle sue prerogative, motivazioni e possibilità reali di tradurle in azioni materiali, qualora si tratti proprio di una sorta di (auto)esortazione a queste, le parole si potrebbero ottimisticamente considerare e configurare come un’anticamera delle stesse azioni per l’appunto.
Andando finalmente all’accaduto, lunedì 5 ottobre come ogni mattina mi sono apprestato alla preghiera mattutina di hegeliana memoria sublimata nella sua versione digitale con il “perenne” rito di leggere le notizie tra la numerosa varietà di fonti online che prediligo e sono stato piacevolmente sorpreso da una doppia e pressoché contemporanea “gratificazione” accompagnata anche da un leggerissimo sollievo, cosa che accade piuttosto raramente anche se, ad essere sinceri, tra la marea di news che quotidianamente transitano tra i circuiti digitali anche un ipercritico come me trova sempre qualcosa che possa essere catalogata come interessante ed utilitaristicamente valevole da conoscere secondo il mio punto di vista, solitamente nell’editoria di settore, nelle testate più specifiche o nelle sezioni relative dei giornali generalisti.
Alla luce delle considerazioni che ho fatto finora e della comunicazione politico-mediatica degli ultimi anni, ammetto sinceramente che non appena ho appreso e letto queste dichiarazioni ho avvertito una lieve tempesta dopaminergica dovuta ad un sentimento di orgoglio nell’essere arrivato al punto in cui la mia forma mentis produca diagnosi che coincidano con le parole di persone notevolmente legittimate ad altissimi livelli istituzionali (o dei loro ghostwriter).
Ovviamente non è raro trovare un omogeneità di vedute su qualcosa con autorevoli personalità, ma inquadrare una quaterna del genere, due primissimi leader e due primissime priorità strategiche, è stata un’eccezione, che mi auguro si ripeterà spesso. Non vi nascondo che questa mia primordiale interpretazione molto euforica è stata quasi istintiva ed ha in breve tempo lasciato spazio ad una serie di criptiche, ambivalenti e stimolanti riflessioni che hanno vorticosamente invaso i miei pensieri nei giorni seguenti e che sto parzialmente iniziando a riproporvi in questa breve esposizione.
Entrando nei dettagli, il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte, domenica 4 ottobre ad Assisi ha tenuto un discorso cerimoniale per il Patrono d’Italia che è stato peraltro piuttosto polemizzato proprio per la sua multiforme natura retorica, a tratti profetizzante, esistenziale, ispirazionale, cinematografica, sentimentale, apostolica, illuminista, filosofica, poetica e quasi incommensurabile. Io al contrario, pur non condividendo i richiami spiritualistici e religiosi, come detto in precedenza ho particolarmente gradito un passo intermedio della sua orazione e l’ambizione evocativa complessiva.
Riporto qui queste sue parole che ho letteralmente estrapolato dalla sintesi del discorso integrale ben più ampio, sapientemente elaborata non snaturando i concetti dal loro ancoraggio contestuale, dall’articolo de “LaStampa.it” riferito all’evento in questione:
…«Non bastano i programmi e gli investimenti: occorre prioritariamente una rigenerazione interiore, una radicale mutazione di passo e di prospettiva anche sul piano culturale, una rivoluzione che ci coinvolga tutti e abbia al centro l’uomo. Anche oggi rinnovo l’appello per un nuovo umanesimo quale orizzonte ideale entro il quale disegnare le politiche dei prossimi anni»…
Giuseppe Conte, Assisi, 4/10/2020
Sebbene il premier in carica abbia espresso solamente la base del mio pensiero, nella giornata successiva, lunedì 5 ottobre, il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha replicato la mia lusinghiera sensazione firmando un interessante editoriale su “Il Riformista Economia” che ritengo di onorare anche citandolo testualmente e di cui mi sono permesso di riportare integralmente alcuni estratti che rispecchiano, stavolta più dettagliatamente, gran parte delle fondamenta della mia ideologia politica:
…«Quando un Paese si avvicina alla frontiera tecnologica, la crescita dipende soprattutto dalla sua capacità di integrare e promuovere l’innovazione. Questo richiede una spesa adeguata in ricerca e sviluppo e investimenti in istruzione, dalla scuola primaria fino all’università. I ritardi accumulati in questi campi, unitamente alle complesse interrelazioni con la struttura del sistema produttivo, sono all’origine della nostra debole crescita economica»…
…«Questo straordinario ritardo nell’accumulazione di capitale umano è un vero e proprio spreco di potenzialità a livello economico, con conseguenze spesso drammatiche sul piano sociale; non può essere lasciato senza risposta»…
…«Lo scarso livello di innovazione e istruzione plasma la struttura del sistema produttivo, estremamente frammentata in Italia, e a sua volta contribuisce a plasmarla. Sono troppo poche le imprese medio-grandi; insufficienti i loro investimenti in ricerca e sviluppo; ampie le carenze sul piano manageriale e poco diffuse le buone prassi gestionali. Un sistema frammentato e specializzato in settori tradizionali non alimenta la domanda di lavoratori con elevata istruzione, finendo per generare un circolo vizioso di bassi salari e modeste opportunità di lavoro. Riprendere un percorso di crescita sostenuta, equilibrata e duratura è una questione con implicazioni che vanno al di là della mera sfera economica, che incidono sulla salute dei cittadini, sulla qualità del loro tempo libero, sul loro tenore di vita. L’urgenza dei problemi posti dalla pandemia non deve farci perdere di vista le questioni che riguardano l’innovazione e l’istruzione, da cui dipende lo sviluppo nel più lungo termine. Per superare questa sfida, la nostra economia necessità di un’intensa trasformazione tecnologica e culturale».
Ignazio Visco, Il Riformista Economia, 5/10/2020
Quando la comunicazione istituzionale, sebbene in uno Stato come il nostro goda di una notevolissima efficacia comprovata dalla lunghissima esperienza storica, centra pienamente il bersaglio che a mio modestissimo parere ritengo sia il principale, non posso che esserne compiaciuto.
Dunque tra l’infinità di parole “futili” che attraversano l’ecosistema informativo e mediatico italiano anche relativamente alla sfera politica, determinate parole mi sembrano una musica intensamente intrigante e che infonde speranza ed ottimismo per il futuro.
Ma quando le medesime asserzioni le ho affermate io, capisco che non sia per niente facile tradurle in azioni pratiche, come infatti inizialmente accennavo alla necessità di visibilità ed autorevolezza nella comunicazione, ma se lo dicono loro e non cambia niente comunque, allora qualche interrogativo dobbiamo pur porcelo.
Dunque se chi lo afferma, può anche metterlo in pratica, e non lo fa? E’ questo il caso? Dicesi dunque “predica bene e razzola male”?
Indubbiamente stiamo riferendoci a processi che richiedono prospettive temporali di lungo corso, ma che anche per questo necessitano di partire il prima possibile con urgenti, necessarie e lungimiranti riforme nonché coraggiosi cambi nelle politiche di gestione e di bilanciamento delle risorse economiche che possano finalmente imprimere una decisiva virata nell’orientamento complessivo del sistema Paese, trovando il giusto equilibrio internazionale tra la compartecipazione e la condivisione comunitaria europea e gli interessi esclusivamente propri anche attraverso una energica e chiara visione strategica che troppo spesso sembrerebbe mancare.
Allo stato attuale tutto ciò non si vede minimamente, ed ho la netta sensazione, spero errata, che non sia solo a causa del coronavirus. Francamente non vedo alibi che esclusivamente sfavoriscano solo l’Italia attraverso le costanti sovrapposizioni di concause internazionali avverse che non siano frutto di nostri passati errori. Ovviamente la responsabilità ricade solo minimamente su quest’ultimo governo e va ampiamente ripartita, ma attualmente tutto l’arco politico italiano, a parte il recentissimo aggravarsi della seconda ondata di Covid-19 che impone notevoli sforzi di coordinamento e di cooperazione interistituzionale, sembra troppo concentrato sulla ridefinizione interna ed esterna degli equilibri di partito e di coalizione, e non mi pare affatto sufficiente l’euforico “ballottaggio” sulla spartizione dell’eventuale pioggia di miliardi che dovrebbe arrivare dall’Europa con il Recovery Fund (Next Generation EU) se riuscissimo, almeno stavolta, a presentare progetti che vengano riconosciuti idonei. Insomma come al solito, “tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare”, anzi direi l’oceano.
Allora per trarre le somme, questi “discorsi” possiamo considerarli solo come buoni propositi, mero esercizio retorico, normale propaganda politica, frasi e concetti circostanziali per attrarre facili consensi, ripetizione rituale di slogan progressisti?
In conclusione accenno un notevole allargamento degli orizzonti di ragionamento ripartendo da un concetto accennato in precedenza e facendo ricorso ad un’altra famosa frase che a grandi linee condivido e che dice che “la politica è lo specchio della società”, intesa in relazione a quel contesto di cittadinanza o nazione e questa citazione sarà inoltre la base di partenza di un excursus dialettico sulla contemporaneità che sto iniziando a sviluppare.
Forse apparirò estremamente determinista, ma io condividerei, sempre sommariamente, quest’ultimo nesso logico di riflessività causale, sia culturale che operativo, tra due elementi, anche tra passato e futuro e ad altre importantissime dinamiche sociali, che antipaticamente mi riservo di non anticiparvi poiché per l’ennesima volta vi annuncio che anch’esse saranno future protagoniste su questi schermi.
Parafrasando con gli aforismi a cui tanto mi piace appoggiarmi, “si raccoglie ciò che si semina”. Ed in negativo, “chi semina vento raccoglie tempesta”.
Chi ha posto radici di un certo tipo o chi ha intrapreso in passato un certo percorso, in futuro avrà i risultati di ciò che ha costruito ed inizializzato nel passato.
Ma allora, “generalizzando”, che percentuale di rilevanza possiamo attribuire alle circostanze ed al contesto? E soprattutto quale alla naturale casualità fenomenologica popolarmente definita come fortuna o destino?
Sembra paradossale ma in questi ultimi interrogativi sono racchiuse le basi del funzionalismo universale che finora l’uomo è arrivato scientificamente a comprendere.
Ora mi fermo qua alla sola minima enunciazione altamente evocativa poiché approfondire questi aspetti richiede lunghe trattazioni che reclamano diverse diramazioni argomentative ed un abbondante susseguirsi di opportuni tecnicismi. Anche qua mi riservo di intentare umilmente questo ambizioso compito in seguito.
Adesso che spero di avervi stuzzicato almeno minimamente le facoltà cognitive, spero in senso positivo, con queste mie finali “ermeneutiche iperboli esistenziali”, avervi rimandato a future promesse discorsive ed esposto queste mie sintetiche considerazioni ad ampio raggio sull’attualità, sta a voi decidere se al momento attuale il bicchiere è mezzo bagnato o mezzo asciutto… e se dentro c’è veramente qualcosa o stiamo vedendo solamente un ologramma od un’illusione ottica dovuta al trasformismo subliminale della cospirazione aliena.


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