Potrebbe sembrare il titolo in stile “slogan marketing” di un folto libro del fantasmagorico guru di turno della crescita personale e/o aziendale, probabilmente ben infarcito di psichedelici minestroni interdisciplinari e geneticamente modificati, e magari anche insaporiti con abbondanti affabulazioni stile New/Net Economy e New Age, ma invece vi dovete rassegnare ad avere sotto gli occhi solamente un modesto sproloquio di un cervellotico neofita che sovente ama vestire i panni del guastatore seriale.
A parte questo caustico umorismo di apertura, inizio facendo un telegrafico incipit di prevenzione ad una ipotetica parvenza di “ostinazionismo cronico” riproponendo un autocitazione. Ebbene correrò il rischio di sembrare monotono ed insistente, ma ribadisco l’utilità contestuale della ripetitività: …“evidentemente quei concetti/affermazioni, qualora siano empiricamente comprovati, non sono stati ancora ben recepiti se dalle parole non si è passati ai fatti.”
Entrando nel vivo di questo contenuto, lo scorso novembre mentre lavoravo su alcuni progetti che ho tuttora in cantiere, è saltato fuori, apparendo nei risultati di ricerca su Google, un “qualcosa” che mi ero perso datato 7 ottobre, tempo in cui ero ancora intento a finire di elaborare la mia riflessione sull’analisi della significativa condivisione di “visione diagnostica” tra me (e tantissimi altri italiani), l’ex premier Giuseppe Conte ed il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, relativamente alla prioritaria necessità di un rinnovamento socioculturale, ed anche di conseguenza innovativo/tecnologico, per far ripartire il Paese con maggior vigore ed invertire il senso di marcia rispetto al suo declino nella gerarchia geopolitica ed economica mondiale.
Precisamente proprio pochi giorni dopo le dichiarazioni dei due appena menzionati influenti personaggi (4 e 5 ottobre scorso), si sono aggiunti, accodati ed allineati altri big della scena pubblica italiana che avrei potuto e dovuto infatti racchiudere nel precedente e sopracitato elaborato, in quanto come detto sarebbe stato ancora in fase di stesura, ma onestamente mi erano completamente sfuggiti. Tuttavia come vedete ho ritenuto comunque di prendervi spunto, ricamandoci ed articolando questa breve trattazione anche a distanza di mesi e con un considerevole ed ennesimo (ri)cambio di alleanza governativa nel mezzo.
Riguardo alla “fuga di notizie”, intesa non nella sua accezione classica di divulgazione non autorizzata, ma nel bizzarro e simbolico senso strettamente letterale del concetto che rappresenta proprio il mio caso in questione, il fatto di farsi sfuggire la pubblicazione di qualche articolo, credo che al giorno d’oggi, anche per chi lavora parzialmente immerso nel mondo giornalistico ed editoriale, sia ampiamente assodato il fatto di non poter trovare mai il tempo di monitorare tutte le news e gli articoli che rimbalzano quotidianamente tra le varie agenzie e le numerosissime testate. Se aggiungiamo all’ecosistema mediatico italiano anche qualche testata giornalistica straniera esclusivamente in lingua inglese, solamente per leggere i titoli, non basterebbero due occhi puntati tutto il giorno davanti alle scorrevoli schermate interattive dei cosiddetti software definiti di media monitoring.
Anche escludendo la specifica lettura dei contenuti, seppur parziale e/o sommaria, soltanto la catalogazione ed il filtraggio delle fonti più autorevoli, nell’oceanico surplus informativo e mediatico digitale contemporaneo, qualora i parametri richiesti non circoscrivano delle nicchie molto ristrette, sono mansioni piuttosto laboriose ed esse stesse infatti delineano delle specifiche posizioni lavorative ad hoc.
Dunque immagino che per chi non gravita all’interno di grandi gruppi editoriali, magari non avendo nessun referente e/o collaboratore addetto all’elaborazione di rassegne stampa quotidiane specifiche su determinati interessi, e per di più, come nel mio caso, non avendo neanche personalmente mai provato a settare nessuna impostazione di filtraggio algoritmico automatizzato in qualche aggregatore di news, risulta decisamente anacronistica la concomitanza tra il detenere tanti interessi argomentativi e la volontà di essere sempre informato sui relativi dibattiti mediatici senza perdersi nulla. Non a caso in un ecosistema giornalistico piuttosto avanzato come il nostro un prerequisito per lanciarsi in pista dal punto di vista professionale è proprio lo specializzarsi in particolare su qualche tematica, argomento o nicchia che dir si voglia.
Chiudendo questa digressione sull’ecosistema mediatico e tornando ai ranghi principali, ribadisco per coloro che non hanno letto il precedente contributo, che mi esprimevo come piuttosto soddisfatto e compiaciuto di questa condivisione interpersonale di “priorità strategiche”, sebbene dalle quali però esplicitavo contestualmente anche un aspetto ipoteticamente contradditorio, correlato a brevissime considerazioni congiunturali sulle relative problematicità nell’effettiva applicazione concreta di quelle misure di indirizzamento politico sul nostro tessuto socio-culturale.
Addentrandoci ancor più nel merito specifico di questa trattazione, l’articolo a cui mi riferisco stavolta è un editoriale scritto a quattro mani dalla senatrice Elena Cattaneo e da un altro ex premier, il professor Mario Monti, pubblicato sul sito del Corriere della Sera il 7 ottobre scorso come detto.
Già dal titolo si fa riferimento ad un’emergente macroarea di studi che è probabilmente una tra quelle che più mi affascinano ed oserei dire anche rappresenta (se intesa simbolicamente nella sua accezione più estesa), sia secondo il mio background ed imprinting accademico, in quanto una caratteristica dell’editoria è proprio l’essere disciplinarmente onnicomprensiva, che soprattutto per la “motivazione morale e gli stimoli culturali” che hanno orientato il mio percorso di “(im)maturazione intellettuale”, e che tra l’altro hanno per l’appunto vorticosamente confluito rendendola l’incontrastata protagonista di un progetto di ricerca molto ambizioso che avevo meticolosamente elaborato la scorsa estate per partecipare a due concorsi per l’ottenimento di un posto per un dottorato di ricerca.
Detto questo, non è mia intenzione rendermi ridicolo aspirando ad un “elitario mestiere” sempre più diffuso oggi, il tuttologo, pavoneggiandomi nell’alludere all’universalità di questa disciplina, ma semplicemente, come chiunque con il proprio cervello si barcamena nelle incombenze quotidiane e si ingegna nei progetti futuri, anche io nel mio piccolo e nella grande limitatezza delle mie potenzialità, faccio idealmente ricorso ai capisaldi di quest’ultima per tentare di districarmi nel mare magnum conoscitivo odierno che sovente mi stuzzica la curiosità.
In effetti anche il titolo di questo mio excursus cita testualmente tale macroarea in inglese, e vorrei sottolineare che quest’ultima, se presa in senso ampio, trasversale e “trasposizionale”, è incontrovertibilmente un vero e proprio “crocevia di sviluppo generativo e sistemico” per tutte le altre discipline. Detto molto banalmente, dall’apprendimento e dalla conoscenza di nuove informazioni si possono ricavare nuove strategie magari utili a dipanare problemi che fino ad allora si ritenevano insoluti ed irrisolti, a prescindere dall’ambito di applicazione.
Come accade per gli amanti della linguistica e di qualche particolare genere letterario, anche il titolo dell’editoriale in questione, mi appare infatti come una lieta armonia semantica, forse perché inconsciamente rinvigorisce un sentimento nobile ed immortale come la speranza nel progresso futuro della propria nazione, e forse anche perché rispecchia nuovamente la sintesi della mia ideologia.
Ma non autocensuro anche un ulteriore motivazione, questo editoriale per quanto rappresenti solamente un punto di vista personale, benché autorevolmente prestigioso, delle opinioni insomma, mi appare anche piuttosto eccelso e distinto anche perché abbondantemente immerso e circondato da decine di migliaia di altri titoli giornalistici che generalmente rappresentano articoli su aspetti nettamente più circoscritti della nostra società, soprattutto in riferimento al fatto che la funzione principale del giornalismo generalista, scontrandosi anche con la necessità di una sostenibilità economica e rispecchiando la sua mansione storica, è decisamente più indirizzata ad informare sugli avvenimenti che non ad “istruire ed educare le menti”, magari offrendo approfondimenti analitici e/o contenuti di taglio culturale e scientifico, come avviene nel caso di prodotti editoriali più di nicchia.
Infine dopo averne discusso alimentando un velato alone di mistero e spero anche di curiosa aspettativa, senza aver generato un cupo smarrimento narrativo, per chi non avesse cliccato nel precedente link all’originale, vi riporto questo ormai fantomatico titolo, che recita infatti: “Un’economia della conoscenza per dar vita alla nuova Italia”.
Senza addentrarmi (per il momento) in ulteriori altre mie solite divagazioni, l’incipit del discorso degli autori parte dall’occasione dell’attribuzione del premio Nobel per la chimica alle due ricercatrici in genetica il giorno prima, testimoniando inoltre la paternità scientifica su numerosissimi progressi nel benessere umano, che oltre all’essere originati da una notevolissima passione, talvolta nascono anche da osservazioni parzialmente fortuite (come peraltro identifica il recentemente diffuso termine serendipità). L’editoriale prosegue con un riferimento alla funzione della ricerca, rimarcando la sua attuale enfasi retorica sprigionata dalla sconvolgente pandemia Covid-19 e citando la recentissima (all’epoca) lettera aperta di autorevoli scienziati e studiosi italiani (pubblicata sempre sul Corriere della Sera il 1 ottobre) al precedente Presidente del Consiglio per ricordare e ribadire la necessità di un incremento degli investimenti in ricerca attraverso le previste risorse finanziarie europee a sostegno della ripresa.
Entrando finalmente nello specifico di queste menzionate parole, mi permetto di citare testualmente alcuni tratti dell’editoriale che ritengo prioritariamente paradigmatici:
…«le scoperte più dirompenti, in grado di aprire inaspettati avanzamenti conoscitivi e, di conseguenza, tecnologici ed economici, sono spesso frutto di studi negli ambiti di ricerca più inaspettati.»…
…«Molti studi indicano che l’istruzione e la ricerca (tutta la filiera) rappresentano leve oggettive di sviluppo con ritorni anche economici di prima grandezza. Ecco perché l’investimento pubblico e privato in questi settori strategici è la migliore garanzia di un futuro sostenibile per le nuove generazioni.»…
…«Come possiamo, quindi, cogliere al meglio l’opportunità del programma di investimenti Next Generation Eu, di cui il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) è la prima declinazione nazionale, per accelerare la transizione verso un’economia della conoscenza costruita sul talento delle nuove generazioni cui è dedicato, fin dal nome, lo strumento voluto dalla Commissione europea? Sono centinaia i giovani studiosi italiani, ragazzi e ragazze provenienti da ogni parte della penisola, pronti a mettere in competizione le loro idee, in ogni ambito disciplinare, per trasformarle in progetti che potranno diventare volano non solo di crescita economica, ma anche di arricchimento del «capitale cognitivo» del Paese, di maggiore attrattività culturale e di coesione territoriale. Sarebbe irresponsabile verso le prossime generazioni, il cui futuro stiamo continuando a ipotecare con una montagna di debito che si innalza sempre di più, se queste risorse finissero in spesa corrente o in trasferimenti volti a generare consensi, invece di essere impiegate massicciamente per investire in istruzione e ricerca, leve indispensabili per rendere anche solo verosimile l’impresa di scalare quella montagna, di rendere sostenibile il debito grazie a un’accelerazione della crescita.»…
…«Affinché ciò accada, maggiori risorse sono indispensabili ma, sia chiaro, altrettanto indispensabile è lasciarsi alle spalle, con decisione, un quadro regolamentare e di «costume» che spesso privilegia le conoscenze rispetto alla conoscenza, la corporazione rispetto alla competizione, i «meriti» acquisiti altrimenti rispetto ai meriti dimostrati sul campo.»…
Elena Cattaneo e Mario Monti, Il Corriere della Sera, 7/10/2020
L’editoriale si chiude con lungimiranti auspici di matrice europeista che tendono a stimolare un rinnovamento culturale e politico nel nostro Paese, anche ritrovando quella fiducia reciproca e quella coesione comunitaria che avevano contraddistinto il boom economico italiano dagli anni Sessanta in poi, prima dell’arretramento causato proprio dall’involuzione sociale degli ultimi decenni.
Questo aspetto prettamente psicologico è strategicamente un “simulacro cruciale” che investe un controbilanciamento sociale fondamentale tra individualismo e collettivismo, a cui potrei tranquillamente applicare la stessa definizione che abbozzatamente ho attribuito al concetto di economia: “onnicomprensiva funzione sistemica di reticolare ingranaggio equilibratore, interdipendente e meccanicistico”. Alla quale peraltro non a caso è strettamente interconnesso, e tra l’altro avrei già l’ennesimo prototipo di bozza da cui partire augurandomi di riuscire in futuro ad inquadrare, circoscrivere e confinare questo contraddittorio ed ambivalente crocevia psico-sociologico, ideologico e filosofico rendendolo protagonista in una prossima trattazione.
Chiudendo questa telegrafica parentesi sui “massimi sistemi psicoattitudinali”, mi pare facilmente intuibile che, non a caso, in questa sede od altrove, ripropongo spontaneamente assunti che condivido e ritengo di enfatizzare, anche strategicamente avvalendomi delle legittimate reputazioni pubbliche degli autori proprio per avvalorare la veridicità di questi emblematici (a mio parere) contenuti.
Tra l’altro queste frasi citate ed estrapolate dall’editoriale in parte estendono ed arricchiscono anche quello che nel precedente mio contributo etichettavo come perno fondamentale del messaggio di fondo che mi sto proponendo di veicolare pubblicamente, il poliedrico valore universale della conoscenza. Sembrerà una banalissima ovvietà che si apprende in fase pre-adolescenziale, ma ahimè temo che spesso sia proprio necessario (ri)focalizzarsi su meccanismi radicali e ripartire dalle basi logiche della modernità per trarne i suoi frutti più preziosi su larga scala.
Complessivamente concordo anche qui sull’impostazione teorica, partendo da questo condiviso “mantra metodologico”, la centralità dell’istruzione per il progresso culturale e quello conseguentemente economico, dall’importanza dei fondi UE per dare una scossa all’inerzia degli ultimi decenni, passando per il particolare riguardo verso la situazione dei giovani e la valorizzazione delle loro idee, fino al cambio di polarizzazione nel “paradigma archetipico socioculturale” dal clientelismo verso la meritocrazia.
Cosa bolle in pentola?
Riagganciandoci alla recente attualità, quasi due mesi fa, ad inizio marzo si è condensata una fumosa polemica scatenata dal ricorso del neogoverno Draghi alle notevolissime competenze della multinazionale McKinsey, leader mondiale nella consulenza strategica e manageriale, proprio relativamente al Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) finalizzato e richiesto per la ripartizione dei fondi UE del Recovery Fund (poi divenuto Next Generation).
Premetto subito che fonti ufficiali del Mef (Ministero dell’Economia e delle Finanze) avevano prontamente e doverosamente puntualizzato che la governance del Pnrr è saldamente in mano alle strutture istituzionali interne del nostro Paese e che si tratta unicamente di una ristretta assistenza in merito allo studio comparativo delle analoghe soluzioni adottate dagli altri stati europei nei loro rispettivi piani nazionali “Next Generation” ed un ulteriore supporto tecnico-operativo di project management per il monitoraggio dei diversi filoni di lavoro per la finalizzazione del piano entro le imminenti scadenze previste.
Per la precisione, proprio poche ora fa è trapelato il testo di presentazione del Pnrr con le sue oltre 300 pagine, definito da Palazzo Chigi come “un intervento epocale“. Come giustamente imposto dall’UE, il Piano include un corposo pacchetto di riforme ed intende riparare i danni economici e sociali della crisi pandemica, contribuendo anche a risolvere le debolezze strutturali dell’economia italiana ed ad accompagnare il Paese su un percorso di transizione ecologica e ambientale. Definito abbondantemente su più fronti ideologici come un’ancora di salvezza, il Pnrr ha come principali beneficiari le donne, i giovani ed il Mezzogiorno, intendendo contribuire in modo sostanziale a favorire l’inclusione sociale ed a ridurre i divari territoriali.
Al di là dell’analisi dettagliata del testo che seguirà nei prossimi giorni nel circuito mediatico, ad una prima valutazione sfogliando solo la strutturazione e leggendo una primissima rendicontazione sul sito de “Il Sole 24 Ore”, il Piano appare molto ambizioso e sinceramente, mi pare banale anche dirlo, per stimarne un effettiva valutazione, similare proprio a quelle fatte da chi di dovere in fase di progettazione e stesura, in termini sia di fattibilità che di adeguatezza e profittabilità, occorre una notevolissima esperienza e competenza che immagino sia difficilmente comprimibile in un unica persona, e che purtroppo io chiaramente non possiedo.
Personalmente mi limito e permetto di fare momentaneamente una sola osservazione, spero vivamente si riveli oltremodo provvisoria. Non vorrei sembrare sospettoso, disfattista e ripetitivo, però credo fermamente che oltre agli investimenti per 222 miliardi occorre anche un cambio di passo sul piano politico e gestionale che orienti “coercitivamente” questa iniezione di denaro verso la produttività e la lungimiranza strategica, e non verso una ottusa ed avventata spartizione clientelare, magari anche opportunamente anche travestita, scusate il becero sarcasmo, da “fata turchina de noantri”. Premetto che comunque, seppur non seguo caparbiamente le dinamiche governative, avverto un leggero inizio di fiduciosa controtendenza nello stile di questo Governo rispetto ai passati dettami ed alle gesta che conosciamo.
Tornando alle ingerenze esterne in ottica manageriale, a quanto pare è prassi comune anche per le istituzioni, non solo italiane, affidarsi ai colossi delle consulenze in parecchi settori, contesti ed occasioni specifiche, siano essi inerenti contratti e/o progetti particolari, od anche genericamente dal punto di vista strategico, tecnico, amministrativo, giuridico e/o contabile. La testimonianza evidente di questo grande e progressivo successo nel mercato internazionale delle cosiddette “big consulting firms” risiede concretamente nei loro numeri, tra fatturati, ricavi e guadagni, numero di dipendenti e le loro caratterizzazioni espansive attraverso le diversificazioni strategiche commerciali e settoriali. Per quanto concerne le cause globalmente contestuali che hanno contribuito alla loro ascesa gerarchica, evidenzierei principalmente il binomio tra la complessità della società odierna, anche in relazione alle numerosissime congiunture burocratiche tra sistemi economici e giurisdizionali, nonché alla diffusa necessità di una “(dis)intermediazione competitiva altamente specializzata” e/o l’esternalizzazione (outsourcing) dei processi, e proprio il conseguente assoluto primato dell’economia della conoscenza.
Dunque, anche e soprattutto in questo vastissimo settore, che eccezionalmente ha proprio gran parte del suo core business nell’analisi dei mercati, delle loro interdipendenze e dell’internazionalizzazione aziendale, emerge la “trasversale e progressiva tendenza commerciale polarizzante ed oligopolistica”, in gran parte derivata dall’ardua ed interminabile sfida geopolitica mondiale tra i governi delle nazioni operando approcci misti, endogeni ed esogeni, tra liberismo e protezionismo, che spesso favoriscono i colossi a fagocitare quasi tutte le fasce di mercato ed i loro piccoli competitor, come infatti per esempio in questo caso nel gergo comunicativo si usa far riferimento alle cosiddette Big Four o Big Three, ma il fenomeno è ben più articolato in pressoché tutti i comparti industriali, anche in relazione ai sempre più pervasivi sviluppi tecnologici ed alla recente rivoluzione digitale ed informatica.
Detto in maniera schietta, d’altronde sarebbe stato piuttosto paradossale se proprio le aziende che si occupano di vendere consulenze contabili e strategiche a 360 gradi finalizzate all’espansione finanziaria aziendale dei loro clienti non avessero esse stesse beneficiato dei loro asset conoscitivi (know-how) per espandersi od avessero incontrato insormontabili ostacoli in questa pratica.
C’è luce in fondo al tunnel?
Tornando al neonato governo di larghe intese, “empaticamente” direi che abbiamo assistito ad una sorta di “abbagliamento seduttivo per autorevolezza” (fattispecie scientificamente ben conosciuta come “bias dell’autorità“, infinitamente difficile da domare a livello subconscio e per questo onnipresente come detto in precedenza) che ha istantaneamente generato euforici umori in parecchi opinion leader, giornalistici e non, susseguitisi trasversalmente tra stampa e social alla nomina dell’ex governatore della BCE (Banca centrale europea) a comandante in capo del vascello Italia.
Per usare un eufemismo, sembrava che “SuperMario” possedesse miracolosi superpoteri alieni in grado di “rivoluzionare le orbite dei pianeti nella galassia italiana” e di trasformare la “limitatezza della capacità operativa” del ruolo di premier dovuta agli innumerevoli compromessi internazionali, economici, congiunturali, burocratici, partitici e socioculturali del territorio e che più genericamente contraddistinguono i sistemi democratici da quelli autoritariamente dittatoriali, senza dimenticare in primis l’enorme problema immediatamente tangibile dell’accomunare la multiformità ideologica e di intenti dei partiti che lo sostengono.
Ma al di là del suo stile marcatamente e sobriamente distinto, quasi in contrapposizione con la baldanza che spesso contraddistingue i politici nostrani, ho particolarmente gradito, seppur in maniera un po’ scettica come fosse un ossimoro, la sua predisposizione operativa alla squadra di governo di “far parlare i fatti”, limitando la rituale e cerimoniale retorica comunicativa superflua che contraddistingue non solo l’arte della politica nel suo complesso, ma anche probabilmente una buona parte dell’italianità identitaria nel praticarla.
La mia modesta opinione è che per quanto una persona sia credibile, capace, competente e politicamente lungimirante, senza dubbio può determinare una discreta scossa al sistema-Paese, che potrebbe, speriamo non utopicamente, innescare un crescente “moto ondulatorio di propagazione” di un rinnovato stile politico e socioculturale, parallelamente anche su più livelli, ma come giustamente ha puntualizzato ed (im)parzialmente valutato gran parte della stampa italiana, dopo essere rinsavita dalla sbornia emotiva iniziale, alla luce di una conoscenza della macchina amministrativa italiana infinitamente superiore alla mia, l’eredità di un notevole “bagaglio di macerie”, frutto del nostro decadimento culturale e politico degli ultimi decenni, oltre alla crisi pandemica in corso, rende assai difficoltoso immaginare di poter plasmare alchemicamente una sostanza aurea da una multiforme miscela di elementi disordinatamente eterogenei.
Resta dunque un forte e rinnovato auspicio che la fine di questa crisi pandemica senza precedenti, insieme alla messa in opera del Pnrr, possano lasciare ben più ampi margini di manovra al nostro premier, che grazie alla sua ragguardevole esperienza ed alla sua carismatica leadership tipica del pragmatismo tecnico, riesca a rimuovere gradualmente quell’alone di sfiducia che si è sedimentato negli anni sopra la reputazione della classe politica italiana e metta in moto una reazione a catena di “virtuoso contagio” di una nuova matrice di valori, magari anche assumendo, non solo simbolicamente, il timone geopolitico del transatlantico europeo in questo contesto multipolare sempre più vorticosamente complesso.
In conclusione di questo, spero non troppo tortuoso, rally dialettico, per quanto concerne questa trama logico-narrativa di fondo, incentrata principalmente sul valore della conoscenza, come al solito vi rimando ad altri due prossimi contenuti che ho già predisposto per essere elaborati. Vi anticipo che probabilmente saranno più disciplinari, didattici ed espositivi, ma sempre strettamente correlati e conseguenti in uno schema discorsivo pseudo-unitario aggregato, che spera di riuscire a fornire contemporaneamente, sia un’ennesima ridondanza alle tante precedenti voci analoghe e/o simili, che aggiungergli anche un ulteriore nuovo piccolo tassello di conferma attraverso l’originalità e l’articolazione delle mie argomentazioni.
Ad Maiora Semper!
*Immagine di copertina di Marek Studzinski da Pixabay

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