Le lobby tra comportamentismo, sociologia politica e mass media

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Da un punto di vista aspramente critico e polemico, sperando di non risultare una sorta di generalizzazione in pura retorica populista, senza tuttavia addentrarci in opinioni sistemiche sugli orientamenti nelle intricate regolamentazioni allo spietato liberismo capitalistico, in riferimento al mio ultimo articolo, potremmo ampliare il discorso ripartendo ed alludendo all’internazionalmente popolare e diffuso fenomeno delle cosiddette porte girevoli (“revolving door“) tra grandi aziende ed incarichi pubblici, anche consulenziali, stile recenti task force, oppure al cosiddetto omologo e correlato “fenomeno paranormale” della multilocazione tra tante poltrone diverse in enti, associazioni, authority, aziende, istituti, fondazioni, etc.

E’ altresì pur vero che per certi ruoli occorre una notevole predisposizione e competenza, dunque non è concepibile “democratizzare” qualsiasi posizione dirigenziale pubblica, ma oltre ai controversi e culturalmente subalterni fenomeni denominati nepotismo e clientelismo, osservo anche un ipotetico e variabilmente ampio ed indiretto contributo a queste eventuali “distorsioni meritocratiche” nel fatto che conviviamo con una sorta di “naturale ed inconscia mitomania simbolica del prestigio dell’immagine pubblica e dell’autorevolezza a priori” che talvolta potrebbe travalicare e/o alterare il senso e la soggettiva percezione dell’altrui onore, dignità e reputazione, magari sovrastando il reale lavoro svolto ed appunto i meriti e/o demeriti effettivi (come puntualizzato anche in conclusione dell’editoriale citato nel precedente articolo), generando tra l’altro un ennesimo circolo virtuoso che spesso avvantaggia chi ha già un ruolo affermato nell’aggiudicarsi le nuove opportunità, e genericamente contribuendo ulteriormente a sfavorire le potenzialità della cosiddetta ascesa (ascensore) sociale.

Tale universo interdisciplinare con origini filosofiche vaganti tra l’essere e l’apparire, determinando questo fenomeno psicoattitudinale implicitamente radicale in pressoché qualsiasi palcoscenico socioculturale e territoriale, a mio modesto parere è parzialmente derivato, nonché strettamente e dinamicamente interrelazionato, al turbolento e vertiginoso mix tra alcuni retaggi antropologici morali ed ancestrali, il dilagante ed “ipnotico” conformismo ideologico-comportamentale e la notevolissima e complessa stratificazione delle odierne società di massa.

Neanche tanto ironicamente e/o per (s)drammatizzare, rifocalizzandoci sui concetti a cui alludevo precedentemente, mi permetterei per l’appunto di suggerire per quei casi di pura ed iconica estetica dei ruoli prestigiosi, le potenziali e trasponibili nozioni di “poltrone fantasma”, “poltrone di facciata” o più elegantemente di “patrocinio virtuale”, ma a parte questi folkloristici neologismi, come ho già cercato di esprimere, il discorso sulla promozione e la reputazione pubblica è infinitamente più complesso ed è indubbiamente estendibile a tutti i contesti. In particolare con l’esponenziale amplificazione mediatica della cultura dell’apparenza caratterizzata nell’ultimo ventennio dalla rivoluzione digitale tra Web e piattaforme social, non esiterei tanto nell’inquadrarlo come un vera e propria sorta di marketing strategico e/o (personal o corporate) brand management offline, inteso in maniera totalmente grezza, strumentale, funzionale ed avalutativa, a prescindere dai valori morali ed etici per i quali si propende di rendersi ambasciatori e di voler ambire ad immedesimare nella propria immagine.

Per uscire dal punto di vista teorico e radicarsi invece in un parallelo territorio immediatamente tangibile e similare, per esempio la spartizione politica e partitica delle poltrone italiane tra istituzioni e partecipate pubbliche è ormai un “must del genere” per la critica giornalistica e talvolta, purtroppo e per fortuna, approda indirettamente anche nelle procure.

Tuttavia mi pare evidente che non scopriamo di certo oggi che indubbiamente queste pratiche clientelari, qualora non degenerino in fattispecie di comprovati reati, aggiungono un ulteriore “strato di contraddittoria ipocrisia” alla già onnipresente dissimulazione, a mascheramento degli ipotetici enormi conflitti di interessi tra il pubblico ed il privato, anche quando si manovrano eventuali sovrapposizioni di intenti ed obiettivi, nello specifico tra stati, (grandi) aziende e persone fisiche, con oscuri ed intricati giochi di potere tra gruppi di uomini d’affari come manager, faccendieri, intermediari, lobbisti e purtroppo spesso anche con la più o meno consapevole complicità di altre categorie, “teoricamente più nobili dal punto di vista etico e sociale”, quali la politica e la magistratura, che peraltro in molti paesi sviluppati spesso possiedono una disciplina legislativa “apposita” nel delimitare queste dinamiche ed in un Paese avanzato come l’Italia, possono vantare anche di un preposto organismo istituzionale di autorità amministrativa indipendente come la nostra Autorità nazionale anticorruzione (Anac).

Per estendere questa trama discorsiva abbozzatamente contestatrice, come effettuato precedentemente, propongo una migrazione dall’ambito astratto verso dei riscontri realistici quantificabili, citando il considerevole e stimabile lavoro di Trasparency International, ONG di riconosciuta fama internazionale specializzata nel combattere e monitorare la corruzione su scala globale, classificata tra i migliori think tank al mondo nel “Global Go To Think Tank Index Report” a cura della University of Pennsylvania e facente parte anche dei maggiori “network consultivi” delle Nazioni Unite deputati alla valutazione delle cosiddette soluzioni globali anche attraverso il coordinamento di centri studio, summit e forum.

Trasparency International con le sue accurate analisi normative, studi e comparazioni a livello internazionale, indici, sondaggi, raccolta e analisi di dati, elabora annualmente il CPI – Corruption Perceptions Index ed il GCB – Global Corruption Barometer, mentre con la sua omonima articolazione locale, fortunatamente molto attiva nel nostro Paese, ha prodotto anche il BIT – Business Index on Transparency, valutando l’integrità e l’influenza del settore privato sulla politica in Italia. L’accusa transnazionale più diffusa che gli viene rivolta è infatti proprio il non includere all’interno del CPI la corruzione nel mondo del business, anche in riferimento al fatto che i paesi avanzati sono anche quelli con il settore pubblico percentualmente meno elevato, esponendo ulteriormente così i paesi in via di sviluppo ad un indice più elevato. Aggiungerei che è inoltre oggetto di crescenti attenzioni proprio la storica e diffusa pratica aziendale, soprattutto delle multinazionali, di adoperare ed architettare “escamotage”, più o meno (il)leciti, per raggirare leggi, regolamenti, norme, bandi e gare, aggiudicarsi più o meno ampie quote di mercato, posizioni dominanti e/o pseudo-monopoliste, concessioni, licenze, permessi e appalti, evitare procedimenti legali, amministrativi e/o penali avversi ed ostacolare i propri competitor, eventualmente anche sabotando queste medesime tattiche apportate dagli stessi.

In epoca moderna sono stati teoricamente concettualizzati i cosiddetti “gruppi di interesse e di pressione” e mi pare utile cogliere questa occasione per tentare di inquadrarli seguendo un (anche mio) approccio eziologico ai fenomeni, risalendo sempre, ove possibile, la catena delle cause alle origini degli stessi, per tentare di comprenderli con maggiore oggettività cercando di evitare i numerosi bias cognitivi che comportano gli inestricabili grovigli culturali che abbiamo accumulato ed immagazzinato individualmente nei nostri neuroni.

Dunque (ri)partirei da una prospettiva estremamente ampia, puntualizzando per l’appunto che regredendo logicamente alla loro accezione più radicale potremmo considerarli un elemento antropologico fondativo del vivere in comunità. Secondo alcune teorie evoluzionistiche, gli stessi nostri preistorici antenati ominidi si sarebbero riuniti a vivere in tribù comunitarie anche per una condivisione di interessi, esplicitata dai vantaggi derivanti dall’unione degli sforzi in attività essenziali come il procurarsi il cibo od il difendersi dagli altri animali. Per chi volesse approfondire l’excursus preistorico con un breve tuffo nel nostro passato remoto attraverso un esposizione molto chiara ed agevole consiglio il saggio delle nostre brillanti divulgatrici Maria Arcà ed Elisa Manacorda.

Per essere precisi, in maniera estremamente elementare anche parte delle comunità nel regno animale presenta tale caratteristica, con le eccezioni relative all’ampiamente studiata elevata organizzazione sociale di alcuni insetti come le formiche, le termiti e le api, scientificamente definita eusocialità (a tal proposito anche qui consiglio un altro saggio sempre offerto dall’Enciclopedia online Treccani curato dal compianto Giorgio Celli).

Risalendo cronologicamente dal passato si intuisce facilmente che questo fenomeno meso-sociale ha da sempre caratterizzato la storia umana in quanto gli individui si sono sempre suddivisi naturalmente per gruppi in base a determinate condivisioni di valori e conseguentemente anche di interessi. In linea astrattamente teorica, nel concetto di associazione volontaria tra individui è implicito il fatto di condividere qualche interesse, pertanto constatata l’intenzionalità degli individui, tra gruppo e “gruppo di interesse (e di pressione)” a mio avviso non vi è una così netta demarcazione.

Dunque potremmo considerarli effettivamente come un tutt’uno con qualsiasi forma (politica) di organizzazione sociale, a partire dalle più primordiali, ancor prima dei sistemi politici tradizionali notevolmente strutturati. Segnalo inoltre a riguardo questa ulteriore dettagliata, puntuale ed interessante analisi del politologo ed ex ministro Domenico Fisichella, nello specifico dal punto di vista storico, metodologico e politicamente dottrinale anch’essa proposta sul sito Treccani.

Ad un breve richiamo mnemonico mi rendo conto che anche questo aspetto di “continua compenetrazione reciproca” tra psicologia sociale, organizzazione politica territoriale e condivisione comunitaria di bisogni individuali che sfocia nel competitivismo di “mercanteggiare strategicamente” le proprie esigenze, può tranquillamente essere sovrapposto alla polivalente definizione che avevo già modestamente attribuito sia all’economia che al controbilanciamento psicoattitudinale tra individualismo e collettivismo, anch’esso immensamente interrelazionato in questo contesto.

I discorsi sulla genesi, le dinamiche e le relative interdipendenze dei gruppi potrebbero essere approfonditi pressoché infinitamente tra le loro numerosissime implicazioni – antecedenti, concomitanti e consequenziali – attraverso parecchie teorie antropologiche, sociologiche, filosofiche e politico-economiche che sono correlate a questi aspetti, ma l’obiettivo di questa trattazione non è evidentemente questo. Oltre ai menzionati campi del sapere, la disciplina che tenta di circoscrivere ed ospita dettagliatamente questi fenomeni, anche specificando tra dinamiche intragruppo ed intergruppo, sviluppando un ampio filone di ricerca apposito è la psicologia sociale, spaziando dalle predisposizioni individuali alla cooperazione, dalle teorie comportamentali a quelle delle organizzazioni, delle strutture sociali e del potere politico, spingendosi fino alla negoziazione strategica ed alla manipolazione psicologica, e definitivamente approdando persino alle teorie matematico-statistiche come la teoria dei giochi tra contrattazione e mediazione, fino alle universalmente futuristiche teorie della complessità che studiano i macro-ecosistemi e le loro innumerevoli interdipendenze.

La libertà di associazione, come coadiuvante ai successivamente concettualizzati “gruppi di interesse e di pressione”, durante il corso della storia ha gradualmente assunto sempre più margini di manovra, evolvendosi ed immedesimandosi quasi in totale simbiosi con il cosiddetto corporativismo, che sebbene non sempre è identificato con questa precisa denotazione, di fatto ha origini piuttosto remote ed inizialmente era rappresentato dalle classi sociali più agiate come intellettuali, mercanti, religiosi e poi progressivamente ha incluso anche le classi operaie. 

In Occidente, a partire dagli ultimi secoli e con la diffusione delle democrazie, che indubbiamente garantiscono un maggiore pluralismo, controbilanciando le interazioni e gli interessi delle numerose fazioni nella multiforme società moderna, anche attraverso l’approccio liberale che favorisce una discreta, seppur variabile, autonomia ed indipendenza del sistema culturale e di quello economico dalla sfera politica, la libertà ed il diritto di associazione hanno effettivamente avuto maggiori tutele, (come ben sappiamo) non solo dal punto di vista prettamente giuridico. Mi sembra superfluo, in sé, esplicitare la relazione di proporzionalità inversa che invece intercorre tra la diminuzione di questi potenziali diritti dei gruppi (di interesse) e la crescita dell’autoritarismo di un regime fino alle dittature totalitarie o pseudotali, ma potrebbe essere invece indirettamente interessante per cogliere idealisticamente questo fenomeno proprio come un cardine fondante ed imprescindibile delle strutture sociali aperte, liberali e democratiche.

Come abbiamo ampiamente studiato noi laureati in Scienze della Comunicazione, il sistema mediatico è anch’esso inquadrato come un pilastro fondamentale nelle democrazie e non a caso è definito anche come “Quarto Potere”. Parallelamente ad esso si sviluppava di conseguenza gran parte del dibattito intellettuale e giornalistico, e congiuntamente hanno sempre contribuito ad orientare l’opinione pubblica.

Questo ecosistema comunicativo è stato governato per secoli dalla carta stampata come unico monopolista e mass media dell’epoca, partendo dalla dismissione degli amanuensi grazie proprio alla rivoluzionaria innovazione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg (1455), fino all’avvento altrettanto rivoluzionario delle consequenziali introduzioni, in crescente rapidità cronologica, del telegrafo (1837), del telefono (1876), del cinema (1895), della radio (1901) e della televisione (1926), fino all’ulteriore ed estrema metamorfosi della transizione digitale con l’affermazione popolare di internet e dei social media che hanno letteralmente “esploso” l’esponenzialità nella moltiplicazione dei messaggi e delle informazioni che circolano per il pianeta nel nostro ecosistema mediatico e di telecomunicazione (ICT) ormai divenuto globale. Colgo l’occasione per ribadire la mia vecchia promessa fatta di dedicare una specifica analisi incentrata sull’evoluzione delle teorie sui mass media.

Questo notevole incremento nella proliferazione dei palinsesti mediatici ha comportato (oltre all’insorgere, scomparire, enfatizzare od attenuare tante altre dinamiche), a mio modesto parere, sia positivamente un altrettanto notevole espansione del pluralismo ideologico, ma anche negativamente una competitività economica esasperata tra gli editori che ha favorito la morbosa ricerca da parte degli stessi del compiacimento quasi “febbrile” del lettore, spettatore, fruitore, con un ulteriore enfatizzazione del sensazionalismo, già tipico nel giornalismo antecedente la rivoluzione delle telecomunicazioni, andando a diventare nell’era odierna della crossmedialità, pressoché “ipnotico” con tratti stravagantemente multiformi e spesso polarizzati tra clickbait, ansiogeno catastrofismo, fake news, complottismi d’avanguardia reazionaria ed oscurantista, marketing oltranzista, spasmodica ricerca dell’accondiscendenza algoritmica delle piattaforme e/o della viralità dei contenuti trash e gossip, già ampiamente ambita anche dalle trasmissioni televisive e radiofoniche.

Tra le tante distorsioni semantiche e cognitive che l’opinione pubblica esfiltra dal sistema mediatico attraverso la miscelazione con i propri preesistenti pregiudizi popolari e stereotipi, talvolta quasi leggendari, parzialmente ereditati anche dalle fruizioni mediatiche precedenti, una di queste è proprio quella relativa ai famigerati gruppi di interesse e pressione che oggi popolarmente sono conosciuti e generalizzatamente uniformati con il termine inglese lobby

Questo fenomeno è emerso nella retorica mediatica generalista solo negli ultimi decenni, non promuovendo un’immagine neutra, come ho sinteticamente cercato di proporvi in precedenza, ma assumendo invece una connotazione piuttosto negativa, spesso direttamente collegata nell’immaginario collettivo ad attività illegali ed utilizzato quasi come sinonimo di corruzione, illecito, malaffare, trafficone o faccendiere.

Sinceramente non credo che sia questo il caso in cui poter quantificare una ripartizione delle colpe per questa distorsione semantica, se ricada maggiormente sul giornalismo o sulla cittadinanza, ma al contrario stavolta opterei per gravare la maggiore responsabilità sul contesto economico che ha comportato congiunture strategiche sempre più aggressive da dover domare, talvolta anche “azzardatamente” od arrogantemente, da cui poi culturalmente emergono e filtrano con maggiore evidenza solo gli aspetti più spettacolari, cinematograficamente attrattivi e magnetizzanti verso le attenzioni e la suscettibilità umana, finendo poi per amalgamare tutte le sfaccettature uniformando e generalizzando pratiche anche quasi agli antipodi.

Aprendo l’ennesima di(s)gressione polemica che non riesco ad autocensurare, scaturita da questa dinamica contestuale, un argomento che mi sta molto a cuore e che mi desta una ragguardevole perplessità, soprattutto in relazione a quello che ho proposto come un (anche mio) approccio eziologico ai fenomeni, è il modus operandi giornalistico odierno che per cause congiunturali ed economiche ha dovuto ridurre notevolmente la profondità nell’analisi delle cause e dei contesti nel fornire informazioni al pubblico, talvolta finendo per scrivere e produrre materiale superficiale e vago, diminuendo la complessità intellettuale dell’argomento presentato a scapito dell’accuratezza e della razionalità dei fatti. Questa dinamica che imperversa diabolicamente sugli ecosistemi mediatici in maniera commerciale, non è purtroppo solo una mia percezione, ma è (stata) studiata e teorizzata dai massmediologi, dai sociologi e dai filosofi critici dei media, per essere precisi anche in relazione ad altri contesti, e viene identificata a seconda dei punti di vista come dumbing down“, ipersemplificazione, appiattimento culturale o fallacia della singola causa. Una indubbia concausa di questo aspetto è oggigiorno anche la fugacità dell’attenzione dei fruitori che “svolazza” rapidamente tra la miriade di fonti attuali, smartphone in primis, richiedendo così ai media di trattare in questo modo sbrigativo e superficiale le notizie, gli avvenimenti ed i contesti.

La funzione educativa ed istruttiva, a mio parere, è anche parzialmente impersonata dall’attendibilità dell’intermediazione mediatica o giornalistica e purtroppo temo che spesso interpretiamo “superficialmente” più o meno grosse porzioni della realtà (fenomenica) che ci circonda, senza una forte spinta nell’analizzare l’essenza delle cose, scavando alla ricerca delle cause radicali, anche perché ereditiamo questo approccio mentale dall’esterno, assecondandoci nel convivere con una “narcotizzante” pigrizia mentale cronica forse anche molto soggetta ad autoalimentarsi e rinforzarsi attraverso un ennesimo circolo vizioso.

Tornando alla sfera dei “media bias” relativi alla percezione dei fruitori, la continua e bifrontale compenetrazione culturale tra mass media ed opinione pubblica potrebbe essere metaforicamente paragonata e simulata con un analogia al famoso paradosso (sull’origine) dell’uovo e della gallina, ripartita per esempio tra l’atteggiamento dietrologico popolare ed il giornalismo scandalistico ed il sensazionalismo mediatico nel caso della distorsione semantica del concetto di lobbismo.

Le possibili varianti che ricalcano questa trama potrebbero essere molteplici, ma in generale potremmo semplicisticamente affermare che “i mass media dicono quello, in quella forma, perché è quello che i fruitori vogliono sentirsi dire, e la gente crede quello, perché i media lo raccontano in quella maniera”, delineando un ennesimo circolo vizioso di autorinforzo reciproco.

Ovviamente il pluralismo mediatico odierno insieme alla disintermediazione digitale e dei social sconvolgono questo paradigma che ha contraddistinto la storia dei vecchi media pre-Internet, ma comunque la logica propensione alla risoluzione di questa mia simbolica provocazione é che il sentimento popolare, teoricamente, é antecedente, seppur l’inscindibilità dell’ecosistema culturale da quello mediatico offre una soluzione sebbene limitatamente astratta, nettamente più esaustiva.

Guardando invece solo alla popolazione, l’atteggiamento dietrologico, che in Italia ha sempre inquinato i rapporti politici, investe, per “trascinamento”, come precedentemente detto, anche proprio l’attività di lobbying, relegandola sotto una cappa di imbarazzante silenzio, dove appare sempre incerto il confine tra lecito ed illecito. Non posso però non ravvisare pubblicamente che la cultura del clientelismo, che talvolta si vorrebbe ipocritamente additare o relegare con connotazioni negative solo alla classe politica ed a quella dirigente, è un carattere distintivo della specie umana, nettamente più accentuato in alcune popolazioni e/o sistemi governativi, e nel caso del nostro territorio è stato addirittura polarizzatamente teorizzato il concetto di familismo amorale.

La partecipazione dei rappresentanti di interesse all’orientamento del processo legislativo è una realtà ormai imprescindibile nelle grandi democrazie pluraliste. Come sappiamo, le leggi e gli ordinamenti devono essere in grado di interpretare la complessità dell’interconnessa realtà odierna, anche costantemente adeguandosi ad essa attraverso riforme, revisioni, adeguamenti ed emendamenti, e pertanto è evidente che i legislatori necessitano di essere supportati nella redazione delle proposte normative. Il fenomeno definito lobbismo assolve pienamente anche questo ruolo, soprattutto quando è operato con trasparenza, responsabilità, etica e professionalità, seppur in (bilanciata) concomitanza con le (fisiologiche) sollecitazioni inerenti (i propri) interessi di parte.

Per avere un’idea concreta della natura di questa attività che investe una variegata moltitudine di tipologie di attori diversi, tutti desiderosi di tutelare i propri interessi in sedi istituzionali, potremmo sommariamente elencare le principali categorie coinvolte: industrie, imprese e gruppi aziendali, sindacati ed associazioni professionali, associazioni commerciali e di categoria, Ong, associazioni dei consumatori, società di consulenza, istituti accademici e di ricerca, think tank, enti pubblici, organizzazioni religiose ed altre organizzazioni di qualsiasi tipo.

La neutralità del concetto originario tuttavia non significa che non esistano disparità nella rappresentanza degli interessi soprattutto in riferimento al lobbying aziendale. L’aspetto fondamentale del tema infatti, spesso inquadrato con la trasparenza degli atti e dei comportamenti, non dovrebbe distogliere l’attenzione dall’enorme rilevanza degli interessi economici sottoposti a legislazione.

Giusto per comprovare la portata del fenomeno, al giorno d’oggi si stima che la spesa delle lobby a Washington sia di circa 3 miliardi di euro ed a Bruxelles di circa 1.8 miliardi. Cifre ufficialmente imputabili solamente ai costi per gli impiegati, il mantenimento degli uffici e del personale, fare convegni e promuovere campagne d’opinione.

Mentre negli Stati Uniti la convivenza con il lobbismo è ampiamente rodata, familiarizzata ed uniformemente regolamentata, in sede europea si dibatte da tempo sulle propensioni da adottare, come tra l’obbligatorietà e la volontarietà dell’iscrizione al “Registro per la Trasparenza” dei gruppi di pressione, quali parametri voler includere in esso, le eventuali autoregolamentazioni interne agli stessi gruppi, di controlli, di apporti, di definizioni, di facilitazioni e di sanzioni. Gli Stati europei all’interno delle loro giurisdizioni propongono infatti notevolissime differenze ed alcuni dimostrano anche dei veri e propri vulnus normativi sulla materia.

Entrando nelle nostre mura domestiche la situazione è tutt’altro che agevole per chiunque, in gergo direi per tutti gli stakeholder (non a caso definiti portatori di interessi), dunque per politici, funzionari pubblici, istituti ed enti pubblici autonomi, lobbisti, rappresentanti di interesse, aziende, professionisti e cittadini. Potremmo probabilmente vantare il primato mondiale per la disomogeneità legislativa in questo settore, e forse non solo in questo, dato che siamo notoriamente conosciuti a livello internazionale anche per la complessità burocratica e la capillare, minuziosa e caotica ramificazione normativa e dei relativi ordinamenti.

Per farla breve, la frammentarietà del sistema nel nostro Paese, sconta la mancanza di un quadro normativo onnicomprensivo che delimiti un preciso perimetro di regole. Nello specifico elenco brevemente tutti i livelli istituzionali che hanno emanato specifiche misure indipendenti e/o adottano un registro autonomo: Camera dei Deputati, MIPAAF (Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali), MISE (Ministero dello Sviluppo Economico), Ministero del Lavoro, Ministero per la Semplificazione, MATTM (Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ora divenuto Ministero per la transizione ecologica), MIT (Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ora divenuto Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili), ANAC, ed a livello regionale, Toscana, Molise, Abruzzo, Calabria, Lombardia, Puglia e Sicilia (Fonte: American Chamber of Commerce in Italy).

Mi pare evidente che questo guazzabuglio legislativo influisca notevolmente oltre che, come detto in precedenza, in maniera diretta nel complicare il lavoro dei professionisti (e degli addetti) nel settore delle lobby, anche indirettamente nel farci peggiorare ulteriormente la situazione relativa ai fattori di attrattività economica nei confronti degli investitori esteri, in cui tra l’altro l’Italia è già in netto ritardo rispetto ai principali Paesi sviluppati, come mostrano i principali indici multifattoriali ed i relativi ranking di competitività.

Per l’appunto, sconfinando dalla trama narrativa verso il territorio economico-statistico, vi propongo schematicamente una ricapitolazione dei parametri dei tre principali indici coinvolti anche da questa farraginosità burocratica, rimandando magari ad una futura trattazione un interessante sguardo interno più analitico e dettagliato.

Il Doing Business curato dalla Banca Mondiale è relativo alla facilità di fare affari e tiene conto di dieci sottoindici relativi principalmente alle procedure, ai tempi ed ai costi di queste attività: avvio di un’impresa, permessi di costruzione, ottenimento dell’elettricità, registrazione delle proprietà, ottenimento di credito, protezione degli investitori, pagamento delle tasse, commercio transfrontaliero, esecuzione dei contratti e risoluzione dell’insolvenza.

Il Global Competitiveness Report proposto dal Word Economic Forum ha una portata più ampia e valuta la capacità dei paesi di fornire alti livelli di prosperità ai propri cittadini. E’ composto da più di cento variabili suddivise in dodici pilastri: Istituzioni, infrastrutture appropriate, stabilità del quadro macroeconomico, buon sistema sanitario e scolastico, istruzione e formazione superiore, efficienza nel mercato dei beni e dei servizi, efficienza nel mercato del lavoro, sviluppo dei mercati finanziari, potenzialità di sfruttamento delle tecnologie esistenti, dimensioni del mercato nazionale ed internazionale, produzione di nuovi e diversi beni utilizzando i più sofisticati processi produttivi, livello di innovazione.

Infine l’Economic Freedom Index elaborato dal think tank The Heritage Foundation in collaborazione con lo storico quotidiano newyorkese The Wall Street Journal è invece specificatamente incentrato proprio sulla libertà economica attraverso dieci valori: libertà imprenditoriale, di mercato, monetaria, livello delle spese governative in percentuale del PIL, libertà fiscale, diritti di proprietà, libertà di investimento, finanziaria, dalla corruzione, del mercato del lavoro.

Rientrando a concludere il discorso sulle lobby, precisamente in Italia, ricordo a titolo di cronaca, che a livello centralizzato, dalla nascita della Repubblica sono stati presentati più di 50 progetti di legge, e tutt’ora diverse proposte stazionano negli uffici parlamentari in attesa di tempi evidentemente meno frenetici e più maturi. Inoltre il contesto socio-politico e culturale italiano ha probabilmente contribuito anche a creare un sistema di lobbying ad personam, basato, più che su standard, procedure e trasparenza reputazionale, su relazioni sociali e personali. 

Questo insieme di fattori, insieme al già discusso storytelling mediatico generalista, favorisce a livello della cittadinanza una percezione di un “impenetrabile velo di oscurità”, che alimenta ulteriormente la confusione, l’ignoranza ed i pregiudizi. Opponendosi a questo clima di instabilità normativa nel nostro Paese ci sono state diverse iniziative di autoregolamentazione interna alle lobby tramite un codice etico degli associati anche in relazione al fatto che queste onnipresenti dinamiche politiche seguono e si adeguano alle tendenze internazionali.

Inoltre per affrontare questi fittissimi intrecci di interessi che controbilanciano i nostri sistemi sociali, sempre all’interno dei confini italiani, si auspicano anche, a livello comunitario un contributo virtuoso del giornalismo investigativo, ed a livello istituzionale sono stati invece recentemente legiferati alcuni incentivi e tutele verso il cosiddetto whistleblowing. Chiudendo questo lungo ed interdisciplinare excursus tematico, ricordo che anche il correlato e già menzionato fenomeno delle “porte girevoli” risulta essere deregolamentato nel nostro Paese.

Infine mi auguro che con questa mia analisi un po’ insolita, sia riuscito ad offrire una diversa prospettiva, seppur parziale e solo introduttiva, del fenomeno delle lobby e dei gruppi di pressione, che come detto nel titolo, ho cercato di declinare sotto diversi punti di vista ed angolature, anche travalicando in riflessioni a più ampio raggio sull’attualità sociale e politica delle nostre società, che spero siano state anch’esse gradite e magari utili ad aiutare a ragionarci su e perché no, anche ad aguzzarci la visione d’insieme sprigionando il nostro spirito critico.

Go Ahead!

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