In chiusura di una scorsa riflessione, mi ero permesso di peccare di puro e metafisico sensazionalismo senza proporre neanche un minimo approfondimento, limitandomi a l’accenno dei “paradigmi archetipici della fenomenologia naturale e sociale”, il determinismo o causazione e l’indeterminismo o casualità, ed inoltre non avevo accennato all’ibridazione statistica tra i due, ovvero il cosiddetto probabilismo.
Per tentare di (non) chiarire subito dove abbiamo i piedi piantati, nella realtà conoscitiva odierna, in termini strettamente scientifici, non vi è assoluta certezza a riguardo, ovvero non siamo in grado di comprendere a fondo e sapere i limiti entro i quali questi archetipici concetti “progrediscono e regrediscono” sulle scale formali matematicamente a noi comprensibili per ordini di grandezze esageratamente elevati, delimitando dunque epistemologicamente dei veri e propri dogmatici paradigmi (meta)meccanicistici dell’insieme degli eventi che accadono in natura.
Dunque essendo tuttora una questione scientificamente aperta, anche in relazione agli sviluppi della fisica quantistica, la precedente distinzione potrebbe risultare specificatamente solo illusoria e data solamente dalla nostra assoluta incapacità di poter calcolare oltre una certa soglia di complessità (come per esempio in riferimento alle scienze sociali) e/o comprendere le leggi che governano i fenomeni subatomici e microscopici.
Solamente questo “presunto limite” sull’argomento richiederebbe una vasta trattazione indipendente che vagliasse perlomeno le principali ipotesi sul campo scrutando oculatamente nella relativa letteratura di divulgazione scientifica, sia tecnicamente che soprattutto matematicamente ben più a fondo di quanto non abbia discretamente già fatto nel documentarmi per elaborare una prossima trattazione che seguirà su questi schermi.
Ad ogni modo, credo che molto probabilmente la mia curiosità sull’argomento mi spingerà in futuro a questo ulteriore approfondimento, ma al momento ritenevo doveroso esplicitare principalmente il fatto che i capisaldi che delimitano lo scibile umano potrebbero farlo simbolicamente e metaforicamente raffigurare come se fosse una bolla, in costante espansione (grazie al progresso scientifico e tecnologico), che è racchiusa dentro un’altra sostanza più voluminosa che la contiene ed ingloba, della quale non conosciamo la sua essenza, verosimilmente costituita dalle numerosissime questione scientifiche tuttora aperte od addirittura non ancora individuate.
A livello razionalmente epistemico ed a strettissimo rigor di logica, i concetti di infinito e di casualità, non esistono intrinsecamente e sono concetti piuttosto astratti. Il primo a causa dell’effettiva impossibilità di afferrare cognitivamente qualcosa di illimitatamente sconfinato, mentre il secondo poiché presuppone, anche correlatamente al primo, la paradossale irragionevolezza tipica del cosiddetto regresso all’infinito (inverso) nel tentativo di dimostrare l’incontrovertibile presenza/assenza di una specifica causa che ne identifichi l’origine fino ad una concomitante e sostanziale oscurità metafisica, magari in ambiti disciplinari indefinitamente quantistici o più banalmente troppo complessi e caotici.
Per dare un iniziale e presunto (pseudo) coordinamento coerente e logico alla scienza, partendo ovviamente dalle fondamenta costituite dalla fisica, originariamente la filosofia e successivamente tutta la comunità scientifica, sacrificano invano da millenni a questa causa notevoli dosi di energia nel far dialogare i propri neuroni senza arrivare mai ad una (onnicomprensiva) cosiddetta “soluzione ontologica fondamentale” che contraddistingua la mitologica magia esistenziale delle nostre vite coscienti. Per evitare di bruciare anche noi troppi circuiti cerebrali ed andare in corto circuito od addirittura in blackout, ricordo di aver letto che alcuni famosi scrittori avrebbero perfino anteposto metafisicamente la nozione di causalità anche a quelle di spazio e di tempo.
E per essere precisi, secondo quella che viene filosoficamente identificata come fisica trascendentale, attraverso le ipotesi stesse della “configurazione metrologica” relative al tempo ed allo spazio, implicando un procedere secondo un ennesimo regresso all’infinito, si delimitano inevitabilmente i presupposti di (quella che potremmo chiaramente definire) una pensabilità.
Facendo una brevissima digressione integrativa e terminologica, proprio perseguendo questo approccio analitico e metodologico, è stato importato dal greco lo specifico termine tecnico interdisciplinare “eziologia”, che identifica esattamente il processo di ricerca delle cause che determinano i rispettivi fenomeni sottoposti allo studio ed all’approfondimento.
Già da diversi decenni siamo soliti considerare che a partire dal Big Bang, qualsiasi evento è stato ipoteticamente generato da una o più cause, all’interno della “progressiva catena fenomenologica evoluzionistica” tipica del determinismo riduzionistico, in cui a seconda dei punti di vista (come vedremo esplicitamente nella prossima trattazione), vengono ammessi ed innestati, o per meglio dire considerati, anche innumerevoli e particolari eventi definiti “causa sui”, senza causa o causa di se stessi, e dunque precisamente identificabili come casuali genericamente parlando.
Tuttavia all’interno della necessaria rigorosità che l’apparato scientifico impone, gli ordini di grandezza con i quali ci si deve raffrontare in svariati contesti hanno storicamente rappresentato una zona oscura per gli scienziati, finendo così per essere identificata come indefinibile, indeterministica, casuale, quando la parola semanticamente più consona potrebbe invece essere incalcolabile. *[Quante volte presumiamo qualcosa come frutto del caso quando in realtà è semplicemente troppo complesso da calcolare ed identificare eziologicamente?]
Con il progresso della matematica e l’avvento dei suoi bracci più armati, la statistica e soprattutto l’informatica, attraverso la computazione siamo stati in grado di operare calcoli probabilistici sempre più precisi, spostando via via l’asticella sempre un po’ oltre il confine del conoscibile, calcolabile, determinato, probabile, possibile, ipotizzabile.
Non a caso (cit.) si può fare metaforicamente menzione all’enunciazione di “domare l’infinito”, come recita anche il titolo di uno dei popolarissimi libri di divulgazione scientifica del brillante Ian Stewart che ripercorre lo storico cammino della matematica fino ad oggi.
Ma come chiunque può plausibilmente constatare dall’istantaneo richiamo mnemonico e da una brevissima (ed intensa) riflessione, la casualità è un concetto talmente radicato nelle nostre congetture mentali e culturali che è a tutti gli effetti appartenente ad un immaginario difficilissimo da immedesimare (concetto di pensabilità) come deterministico ma incalcolabile, come fosse quasi un contraddittorio ossimoro, dunque razionalmente e comunemente ripieghiamo nel pensare attraverso l’ipoteticamente solo illusoria e riduttiva dicotomia tra causazione e casualità, con la rilevantissima e sostanzialmente indispensabile già accennata nozione di commistione tra le due opzioni, la probabilità.
Sconfinando telegraficamente in territorio psicologico, potremmo semplicisticamente affermare che solitamente, per naturale (leggasi culturale) consuetudine mentale, salvo una particolare nicchia di prodigiosi scienziati, non indugiamo (quasi) mai nel porci domande troppo complesse a cui non siamo in grado di rispondere. Mi riprometto di approfondire in un’altra occasione anche questo multiforme aspetto (psico)antropico di diversificazione delle molteplici motivazioni intellettuali individuali tra origini e stimoli contestuali, moventi economici e bisogni primari, eredità genetica e curiosità individuale, acuta perspicacia e pigrizia mentale, cultura popolarmente egemone ed omologante conformismo, nicchie accademiche, scientifiche e professionali e chiacchiere da bar di periferia.
Ritornando ai concetti originari di questa digressione e coprotagonisti di questa breve trattazione, la causazione, la casualità e la probabilità, facciamo un concreto passo avanti dall’ambito astrattamente argomentativo ed individualmente riflessivo verso le reali fondamenta legittimate dalla scienza ufficialmente applicata.
Le interrelazioni sistemiche di queste assiomatiche leggi (meccanicistiche) naturali assolute ed universali sono (anche) le protagoniste basilari proprio dell’intrigante, avveniristica, ostica e soprattutto futuristica macro-area di studi multidisciplinare, nonché ultimissima frontiera ed avanguardia scientifica, focalizzata proprio sulle dinamiche dei sistemi complessi e caotici, attraverso ipotesi, teorie, metodologie e modelli formali, logici, matematici e statistici, finalizzati alla comprensione e talvolta anche alla successiva risoluzione di innumerevoli problematiche che attanagliano la quasi totalità delle branche scientifiche del sapere umano, dalle più hard, fisica, chimica, biologia, medicina, informatica, ingegneristica, fino a quelle umane, economia, sociologia, psicologia, linguistica, politica, comunicazione, storia, etc.

Fonte: Brian Castellani – https://www.art-sciencefactory.com/complexity-map_feb09.html
Per rimanere ambientati sul mezzo su cui state leggendo queste righe, propongo subito come rapido esempio di studio e modellizzazione (implementazione) applicata di dinamiche dei sistemi complessi proprio quelli con cui tutti noi abbiamo ormai un effettivo contatto e diretta esperienza pressoché quotidiana. Le informatizzazioni sistemistiche computazionali particolarmente avanzate che sono concretamente e tecnicamente rappresentate anche dagli algoritmi delle maggiori piattaforme digitali come formulazioni matematico statistiche altamente ingegnerizzate tra IA (Intelligenza Artificiale) ed automatizzazione dei processi, per categorizzare, profilare, selezionare, ordinare, smistare, estrapolare, filtrare, pubblicizzare, studiare, interpretare dati ed informazioni, da insiemi molto eterogenei e dinamici, e dunque piuttosto complessi e caotici, sono infatti tra l’altro anche l’eclatante testimonianza della monopolizzazione del business da parte di questa nuova tipologia di know how futuristico digitale. Sottolineo anche che questa attività, parallelamente all’operatività funzionale di erogare i servizi all’esterno e di trattare i codici ed i dati lato “backend” aziendale interno, elabora costantemente strategie innovative a fini di sperimentazioni, sia funzionali che analitiche, non solo relativamente a fini immediatamente capitalistici nel breve periodo, ma anche in ottica di ricerca e sviluppo, implementazioni, prototipazioni, ottimizzazione ed (auto)educazione degli algoritmi stessi (ML-Machine Learning e DL-Deep Learning docet). Aggiungo anche che nel caso dei Social Media, oltre alle interazioni dirette (like, visualizzazioni, condivisioni, rete di contatti, etc.) e “modellizzazioni profilanti culturalmente”, tutto il resto, cioè la stragrande maggioranza dei dati, trattandosi perlopiù di dati in forma scritta, dialettica, discorsiva e linguistica, è letteralmente riferibile a gran parte delle ultimissime e sempre in evoluzione nuove frontiere del Natural Language Processing (NLP), che nell’esempio proposto dei social network trovano spazio anche dal lato dell’utenza come social media monitoring e sentiment analysis.
Per l’appunto nell’ultimo decennio è (anche) mediaticamente emersa dalle nicchie tecnico-scientifiche professionali degli analisti ed informatici, soprattutto grazie al Web, questo crescente ed attualissimo trend lavorativo e didattico della Data Science, che ha definitivamente conclamato l’innesto dell’informatica come prodigioso, tecnologico e “strutturalmente formale” grimaldello analitico e calcolatore con cui scalare progressivamente le interminabili complessità degli altri comparti scientifici, fornendo potenza di calcolo e soluzioni algoritmiche computazionali sempre più performanti che hanno inoltre definitivamente corroborato il massivo “sbarco terrestre” di una “forma aliena immateriale ed intangibile”, l’Intelligenza Artificiale con la sua egemonica pervasività colonizzatrice sulle nostre società.
Tornando alla disciplina scientifica principale delle dinamiche dei sistemi caotici, all’interno di questa macro-area di studi, genericamente denominata anche come Teoria della Complessità, per chiarire in maniera semplice questo tipo di contesti è inevitabile non richiamare il caposaldo più esemplare, disciplinarmente didattico e dimostrativo, ma anche significativamente molto esaustivo, tanto da diventare e legittimarsi come una vera e propria locuzione paradigmatica e successivamente spiccare anche nella cultura popolarmente mediatica: il celebre Effetto Farfalla, rappresentando una intuibile e metaforica definizione di sensibilità esponenziale rispetto alle condizioni iniziali.
Può dunque il semplice movimento di molecole d’aria generato dal battito d’ali di un insetto causare una catena di conseguenti movimenti di altre molecole fino a scatenare un uragano a migliaia di chilometri di distanza?
Come ben tutti sappiamo, al mondo ogni giorno miliardi di insetti e uccelli sbattono le loro ali, ma per fortuna gli uragani sono fenomeni assai rari, nonché spesso altamente dannosi. Ma le cose non sono affatto così semplici come ho ironicamente controbattuto, peraltro snaturando ed omettendo l’immensa vastità applicativa e simbolica della nozione, infatti l’interpretazione letterale di questa famosa citazione del meteorologo Edward Lorenz non solo ha realistiche basi teoriche climatologiche (da cui è stata infatti accidentalmente concepita in fasi computazionali), ma contemplando l’eredità dei progressi logico-matematici nella Teoria del Caos cui ha posto le basi il poliedrico matematico Henry Poincarè, era già stata precedentemente preannunciata da un’altra mente sopraffina che ha fatto la storia, Alan Turing, uno dei padri dell’informatica, che né aveva anticipato il concetto in un diverso contesto.
Nella realtà quando si effettuano le simulazioni computazionali dei sistemi complessi, come nelle previsioni meteo, obbligatoriamente e necessariamente vengono tralasciate informazioni sulle condizioni iniziali, le quali al progredire del tempo si sommano (auto)moltiplicandosi, generando una sempre maggiore approssimazione che in breve tempo finisce per superare il limite del risultato stesso della simulazione, rendendo difficile sia la vita ai matematici impegnati in essa che la riuscita delle previsioni computazionali su scale temporali più ampie relativamente alla complessità del contesto di applicazione. Detto banalmente, più un sistema è complesso e più breve sarà l’arco temporale della sua prevedibilità (a parità di potenza di calcolo impiegata).
L’effetto farfalla oltre all’illustrare emblematicamente l’esponenzialità delle catene deterministiche nei sistemi non lineari, suggerirei che volendo potrebbe permettersi di astrarre una “trasposizione esistenziale” del concetto, contribuendo anche transitivamente ad evidenziare la necessità di una verosimile acutezza osservativa della consequenzialità dei fenomeni della realtà che ci circonda in pressoché qualsiasi (altro) contesto, sia in ottica di osservazione analitica del passato per capire il presente, sia come appena accennato per la sua successiva e conseguente finalità, qualcosa di potenzialmente ben più prezioso e quasi leggendariamente pseudo-divino, il tentare di precognizzare il futuro (come in effetti operano oggigiorno numerosissime organizzazioni politiche e scientifiche, autorità, player internazionali, colossi industriali e commerciali, apparati di intelligence, laboratori sperimentali, think tank, etc.). D’altronde un po’ come in miniatura opera il campione di scacchi elaborando e simulando mentalmente le tattiche per eventuali contromosse a ipotetici sviluppi di gioco, è proprio così che in fondo naturalmente, banalmente e molto variabilmente fanno tutti i nostri cervelli guidandoci nelle scelte, più o meno consapevolmente indotte da una miriade di fattori, nel nostro agire quotidiano, a prescindere dalla maggiore o minore predisposizione mentale e propensione nello stile di vita verso un enfatizzazione del presente o del futuro. A questo proposito, detto per inciso, immagino che a livello di puro istinto di sopravvivenza, salvo rari casi, è alquanto inconscio, improrogabile, indifferibile ed inevitabile il fare affidamento sulle nostre aspettative e prendere delle precauzioni, cautele ed accorgimenti, seppur minimi, in funzione del nostro benessere futuro.
Rientrando all’incommensurabile complessità fenomenologica, stavolta mantenendone però i connotati disciplinari, assiomatici e strettamente sistemici, se per l’appunto ci concentriamo a pensare invece ad ambiti a noi più strettamente familiari, le dinamiche si complicano ulteriormente nell’infinità di bivi che la vita ed il mondo comportano quotidianamente.
Mi sembra più che perfetto per esplicitare queste casistiche il ricorso alla altrettanto popolare metafora del significato cinematografico del film “Sliding Doors”, poi divenuto infatti ufficialmente anche una locuzione simbolica proprio per contraddistinguere il potere del cosiddetto destino.
Come ben sappiamo infatti l’imprevedibilità delle nostre vite potrebbe continuamente ed improvvisamente rivoluzionarsi, molto spesso addirittura irreversibilmente, per coincidenze accidentali come per esempio una banale dimenticanza, un semplice ritardo o qualsiasi piccolissimo evento, circostanza, avvenimento, sporadico o comunque contestualmente e fatidicamente determinante, a prescindere dal fatto che nei nostri antecedenti piani e progetti futuri erano stati preventivati od addirittura all’opposto “volutamente ricercati” gli imprevisti per orientare il nostro cammino, come si suol dire in gergo “tentando la sorte”, magari circostanzialmente col gioco d’azzardo od in maniera decisamente più ampia come magari nell’espatriare e cercare fortuna all’estero, ma d’altronde si sa che nella vita bisogna effettivamente sempre fare dei passi nel vuoto più o meno grandi.
La fatidica domanda “Come sarebbe andata a finire, se…?” sintetizza puntualmente questo sconvolgente aspetto della realtà nel vivere all’interno di un macrosistema formato da tantissimi sottosistemi a loro volta ipercomplessi.
Questo è solo un sintetico approccio astrattamente teorico a livello discorsivo, se potessimo sommare anche solo gli intricatissimi ingranaggi sociali delle dinamiche delle relazioni umane, le inerenti potenziali diramazioni situazionali perdono ulteriormente ogni possibile limitatezza e la sola pensabilità del concetto lascia presto spazio ad una fisiologica e quasi nauseabonda emicrania dubitativa, psichedelica e narcotizzante di imponderabilità assoluta.
La nostra esistenza è tecnicamente appesa all’imprevedibile “catena fenomenologica universale” che ospita le fittissime interazioni sistemiche tra tutti gli esseri viventi, i manufatti tecnologici e tutte le altre cose e sostanze esistenti.
Non so quanta scientificità possano avere, ma ricordo bene di aver letto già in epoca pre-internet in più di un’occasione, forse anche per via della loro sensazionalità mediatica, di diverse stime delle percentuali di probabilità statistica, cioè delle possibilità di concretizzarsi genericamente su ciascuno di noi, relative a molti fenomeni, alcuni dei quali alquanto singolari, come l’essere folgorato da un fulmine, o quasi macabramente bizzarri come essere colpiti da un meteorite, un asteroide od un detrito spaziale, o magari morso da uno squalo, ma di consueto ci si riferisce a questi numeri per esempio banalmente in relazione all’incidenza di varie patologie o casi di mortalità.

Eventi simili al concetto di sliding doors, purtroppo spesso drammatici, non sono per nulla rari se consideriamo lutti prematuri ed incidenti stradali, ma anche l’attuale diffusione della pandemia Covid testimonia egregiamente una eclatante singolarità e rarità, le due fattispecie appena descritte (effetto farfalla e sliding doors) contemporaneamente, cioè che da un evento piccolissimo, in questo caso il salto di specie (spillover) animale-uomo del virus o l’ipotetica fuga dal laboratorio sperimentale, sia che appunto possono cambiare irreversibilmente le vite di miliardi di persone (sliding doors) per cause nettamente accidentali e circoscritte, sia che la sensibilità esponenziale alle condizioni iniziali delle catene (in)deterministiche (effetto farfalla) di una pandemia globale è oltremodo infinita ed inafferrabile in tutte le sue derivazioni.
Come detto, le catene consequenziali fenomenologiche sono gli ingranaggi dell’universo, del nostro mondo e delle nostre società, ed i loro macrosistemi in cui ci troviamo ad interagire nel corso della nostra vita sono tutti rientranti nelle categorie sopracitate di sistemi complessi e caotici. In questa condizione ambientale a noi molto familiare, potrebbe capitare, più o meno frequentemente a seconda della consapevolezza dello specifico contesto in causa, di illuderci nel pensare che alcuni sottosistemi potrebbero sembrare apparentemente isolati e dunque sufficientemente prevedibili e/o calcolabili almeno probabilisticamente, ma in realtà non lo sono e vengono influenzati anch’essi dalle dinamiche imprevedibili dei sistemi sovrastanti e/o concomitanti.
Alcuni esempi estremamente considerevoli dei maggiori sistemi (iper)complessi, in ordine energicamente e tassativamente sparso, sono il cervello, gli organismi viventi, il corpo umano, gli ecosistemi biologici (terrestri e marini), l’evoluzionismo biologico e la genetica, il sistema meteorologico e climatico, la società, le città, il cyberspazio, l’economia, la finanza, la politica, i media, le relazioni sociali, le relazioni internazionali, la criminalità e le mafie, la demografia, l’industrializzazione, l’immigrazione, la scienza, la conoscenza, le mode, i linguaggi, le telecomunicazioni, l’etere, l’universo, la geosfera, l’atmosfera, la biosfera, l’ecosfera, la litosfera, l’idrosfera, la noosfera, l’infosfera, tutto è immerso nella complessità pseudo-infinita.

Se pensiamo dal nostro modestissimo punto di vista individuale che tutti questi sistemi interagiscono tra loro e dunque dobbiamo moltiplicare e sommare complessità infinite a livello esponenzialmente illimitato potrebbe quasi generarci una sensazione psicologica di smarrimento ed impotenza di fronte a simili grandezze sovrumane ed a questo proposito mi viene subito in mente infatti che non sono rari i casi in cui si fa esplicitamente ricorso all’ipotetica associazione simbolica di biblica memoria tra una grande conoscenza intellettuale personale ed una corrispettiva grande sofferenza emotiva dovuta alla consapevolezza dei propri limiti comparati alla vastità che ci circonda.
Personalmente condivido solo in parte questa illustre considerazione, considerandola più che altro come una naturale controindicazione che come tantissime altre cose comportano sia i loro vantaggi che degli svantaggi, il cosiddetto rovescio della medaglia, e generalmente non fa certo ambire una persona verso il desiderio di essere più ignorante.
Azzardando una formalizzazione lapidaria, sintetizzerei che tutta la nostra vita è un continuo mix tra condizioni iniziali, genetiche e contestuali (socioculturali ed ambientali), la (pseudo)casualità fenomenologica della complessità esistenziale precedentemente accennata ed il continuo “riflesso interattivo” che il nostro cervello opera relativamente ai fattori precedenti, il cosiddetto libero arbitrio, denotandone un progressivo ed estremamente soggettivo evoluzionismo (od in sfortunate casistiche semi-immobilismo) lungo tutto l’arco della nostra vita, fatalmente commisurato alla biologica fisiologia temporale dell’inevitabile decadimento dell’essere umano, fisico e cognitivo, che prima o poi verrà a bussare alla porta di chiunque.
In questo scenario che ci vede tutti come primissimi attori protagonisti nella trama delle nostre vite, mi pare alquanto superfluo sottolineare la assoluta centralità della nostra mente che con i suoi pensieri genera le nostre azioni ed il nostro comportamento.
A questo proposito l’umanità si è sempre domandata questioni esistenziali che sono state gradualmente declinate e talvolta anche parzialmente risolte dall’evoluzione della conoscenza, partendo da una concettualizzazione filosofica ed approdando poi, ove è stato possibile, ad interpretazioni proprie della scienza moderna.
Fin dalla più remota antichità l’uomo ha infatti iniziato a chiedersi il perché delle cose, delle persone e l’origine di tutto. Molto probabilmente le primordiali “dissertazioni” appartenevano alla tradizione orale per poi indubbiamente concretizzarsi con l’inizio di quella che noi oggi definiamo la storiografia, ovvero la trasmissione in forma scritta dei fatti accaduti nella storia.
Al di là delle notevolissime influenze mitologiche e religiose, anticamente preponderanti, con cui l’uomo ha convissuto, miscelando, mitigando e spesso controbilanciando le questioni irrisolte, la conoscenza scientifica ha avuto un alternatamente esponenziale evoluzione, a partire dalle sue origini nelle civiltà protostoriche come quella indiana, mesopotamica ed egiziana attraverso l’adozione della scrittura e lo studio primordiale dell’agricoltura, della matematica, dell’astronomia, della medicina e dell’anatomia, della metallurgia e dell’alchimia.
La tradizione filosofica greca, iniziata nel VII secolo a.C., di fatto è stata la progenitrice del pensiero e del sapere occidentale ed ha dunque posto solide basi per tutta l’evoluzione culturale umana che oggi le più prestigiose enciclopedie intentano di mappare con non poche difficoltà per via della sua immensa estensione e ramificazione pluridisciplinare. A questo proposito mi sento di segnalare l’esistenza di diversi libri, presenti nell’interminabile lista personale di quelli da leggere, che sono stati dedicati all’illustrissimo compito di ripercorrere sommariamente la storia antropologica e l’evoluzione culturale e scientifica del genere umano lungo tutto il corso della nostra storia fino ad approdare ai giorni nostri.
Questa colossale eredità conoscitiva e scientifica di cui possiamo “variabilmente” godere oggi (ricordo che nel 2022 persistono ancora piccole tribù protette allo stato primitivo e selvaggio) ci offre una miriade di potenzialità in più rispetto alla vita dei nostri antenati, anche solo considerando il secolo scorso, od addirittura gli anni giovanili delle persone tutt’ora viventi della generazione dei nostri genitori o nonni. Per quello che può valere a livello genericamente simbolico averne una piena consapevolezza, non dimentichiamoci infatti di attribuirgli una grande riconoscenza degli ampi meriti di volenterosa cooperazione ai fini di questo progresso della civiltà umana che soprattutto nell’ultimo secolo, ed in particolare nella seconda metà di quest’ultimo, ha giovato di una repentina ed esponenziale amplificazione nel progresso scientifico e tecnologico che ha a sua volta generato un notevole, seppur variabilmente distribuito, accrescimento della prosperità diffusa. Accanto a questo doveroso riconoscimento ed anche in onorario contraccambio, non va assolutamente sottovalutato il trarne i più saggi insegnamenti, soprattutto in relazione ai valori morali ed etici.
Come accennato precedentemente, oggi più che mai nella storia, anche per via di questa recente ed esplosiva proliferazione demografica ed info-tecno-scientifica, viviamo e siamo immersi, e siamo maggiormente siamo consapevoli di esserlo, in un insieme di sistemi sempre più complessi immensamente interrelazionati ed intercomunicanti.
Tra questi, all’interno di quello che accademicamente mi è più familiare, che tra l’altro è anche in assoluto uno dei più illimitati e complessi, il vulcanico e “trasformazionale” ecosistema comunicativo, editoriale e mediatico contemporaneo, vorrei sottolineare approssimativamente due aspetti che mi sono sovvenuti “di primo acchito” tra i tanti correlati a queste argomentazioni:
- dal punto di vista della sua progressiva convergenza totalizzante e monopolizzatrice verso il digitale, le ampiamente confermate prospettive denotano una inevitabile ed esponenziale crescita del volume dei dati (Big data) che (nonostante le innumerevoli standardizzazioni informatiche) riconferma senza mezzi termini l’aumento della complessità dell’intero ecosistema (anche considerando l’avvento dell’IoT e delle Smart Cities). In questo aspetto ritengo però presente nella sua essenza una caratterizzazione di paradossale ambiguità: teoricamente la tracciabilità di ogni “evento” garantirebbe da una lato maggiori potenzialità e facilità di controllo sugli stessi ma all’opposto contribuirebbe ad un notevole aumento dell’entropia digitale necessitando archiviazioni massive di dati sempre più ingestibili;
- in ottica di contenuti e palinsesti editoriali, da tempo l’ecosistema mediatico ospita ed alleva calorosamente la fantascienza futuristica, che gioca sempre più un ruolo di primo piano nel magnetizzare gli interessi e le attenzioni dei fruitori, lettori, spettatori, ascoltatori e perfino videogiocatori (gamer), spesso riproponendo scenari specificatamente caratterizzati dalla notevolissima caoticità e complessità.
Per innestare in questo frangente una delle mie solite critiche trasversali, nel mondo reale gli effettivi progressi scientifici e le ultime scoperte in campo tecnologico molto spesso rimangono confinati agli addetti ai lavori di quel settore ed a pochi appassionati, per cause evidentemente socioculturali e/o correlate alla sopracitata pigrizia mentale. Anche quando le tecnologie sbarcano dettagliatamente nel mercato globale di largo consumo, la loro logica ingegneristica interna, ormai quasi esclusivamente digitale, rimane un tabù troppo ambizioso per noi consumatori che spessissimo ci limitiamo a sfruttarne le funzionalità offerteci attraverso le consuete interfacce semplificate. Detto questo, specifico che non sto alludendo al fatto che tutti dovremmo superare esami di elettronica ed informatica per poter possedere telefoni, tv, computer, automobili ed elettrodomestici, ma sto semplicemente constatando e rimarcando una tendenza popolare sempre esistita e forse resa ancora più marcatamente evidente con il notevole progresso scientifico e tecnologico degli ultimi decenni. Io a questo proposito considero specificatamente il ruolo di subalterno popolare dell’editoria scientifica ed accademica, teoricamente e potenzialmente deputato alla divulgazione massiva e magistralmente interpretato dal giornalismo scientifico, non ampiamente riconosciuto ed apprezzato, a mio modesto parere, come dovrebbe essere per poter trasmettere ed infondere alle masse una “consapevolezza globale” che “evolva e civilizzi” il genere umano, parallelamente al sistema scolastico ed all’istruzione superiore, con il giusto equilibrio tra competitività, etica, ecosostenibilità e tecnologia.
Concludendo momentaneamente la trama argomentativa, un settore scientifico che è tuttora agli albori ed ha di fronte a sé una lunghissima prospettiva di sviluppo in futuro per parecchi decenni o molto probabilmente anche secoli, peraltro strettamente intrecciato con la computabilità e le teorie dei sistemi complessi, sono indubbiamente le neuroscienze e tutte le molteplici discipline strettamente correlate oltre all’indiretta influenza sulla quasi totalità di tutte le altre scienze umanistiche. Non è questo l’argomento di questa riflessione ma fantasticate come, in stile diabolici marchingegni ultrasofisticati tipo “Black Mirror”, a quanti “upgrade” (migliorie) potremo fare ai nostri cervelli in ogni compartimento di competenza per svolgere specifici compiti se solo avessimo il potere di viaggiare nel tempo magari anche solo tra cento anni per poter fruire dell’unione dei progressi tecnologici tra neuroscienze, elettrofisiologia, biochimica, psicolinguistica, radiodiagnostica, microelettronica ed informatica.
Anche stavolta, tanto per non perdere l’abitudine, vi rimando, come accennato, ad un proseguo strettamente attinente a queste considerazioni.
Ciò che è difficile attrae,
l’impossibile seduce,
ciò che è complicato spaventa,
ciò che è estremamente complicato innamora.
Paulo Coelho
Allego inoltre due link che delineano una parziale roadmap di libri che consiglio in ottica complessità e dintorni:
- https://www.complexityinstitute.it/complessita-consigli-di-lettura/
- https://www.librinews.it/varie/teoria-complessita-sistemi-libri-manuali/
Alcuni spunti in inglese da Wikipedia su cui poter curiosare:
- https://en.wikipedia.org/wiki/Complex_system
- https://en.wikipedia.org/wiki/Complexity
- https://en.wikipedia.org/wiki/Game_theory
- https://en.wikipedia.org/wiki/Decision_intelligence
- https://en.wikipedia.org/wiki/Dynamical_systems_theory
- https://en.wikipedia.org/wiki/Generative_science
- https://en.wikipedia.org/wiki/Interdependent_networks
- https://en.wikipedia.org/wiki/Invisible_hand
- https://en.wikipedia.org/wiki/Percolation_theory
- https://en.wikipedia.org/wiki/Self-organization
- https://en.wikipedia.org/wiki/Social_complexity
- https://en.wikipedia.org/wiki/Volatility,_uncertainty,_complexity_and_ambiguity
- https://en.wikipedia.org/wiki/Analysis_of_algorithms
- https://en.wikipedia.org/wiki/Computational_sociology
- https://en.wikipedia.org/wiki/Model_of_hierarchical_complexity
- https://en.wikipedia.org/wiki/Systemography
- https://en.wikipedia.org/wiki/Systems_theory_in_political_science
- https://en.wikipedia.org/wiki/Open_and_closed_systems_in_social_science
- https://en.wikipedia.org/wiki/Systems_engineering
- https://en.wikipedia.org/wiki/Systems_psychology
- https://en.wikipedia.org/wiki/Systems_theory_in_anthropology

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